I pm: 12 anni all’ex prefetto Sos dall’hotel, nessuno rispose

Chieste 26 condanne: «Gravi inefficienze, task force si attivò per coprire Provolo»
PESCARA. Tutti e tre in piedi davanti al giudice Gianluca Sarandrea, uno accanto all'altro, il procuratore Giuseppe Bellelli e i sostituti Andrea Papalia e Anna Benigni, la pubblica accusa del processo sul disastro di Rigopiano legge il risultato della lunga requisitoria quantificato in numeri.
PENE PER 151 ANNI. Ventisei condanne per un totale complessivo di 151 anni e mezzo di reclusione, e quattro assoluzioni: queste le loro richieste nel rito abbreviato a carico dei 30 imputati, a vario titolo coinvolti nel processo per la morte delle 29 persone rimaste sotto le macerie dell'hotel di Farindola, tragedia che si verificò il 18 gennaio del 2017. Le richieste più pesanti riguardano l'ex prefetto Francesco Provolo: 12 anni cumulando il depistaggio con il disastro; seguono poi il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta (11 anni e 4 mesi) e il dirigente dello stesso Comune, Enrico Colangeli (11 anni e 4 mesi); 10 anni a testa per il dirigente provinciale Paolo D'Incecco e per il responsabile della viabilità Mauro Di Blasio; 9 anni per la dirigente prefettizia Ida De Cesaris; e poi pene più basse per gli altri.
IL DEPISTAGGIO. «Non ci sono i grandi depistaggi italiani come quello di Ustica, non c'è l'anarchico che cade dal balcone della Questura, non c'è un'agenda rossa trafugata, non ci sono le false molotov della caserma Diaz. Nel nostro caso c'è la grave inefficienza della Prefettura: un prefetto di provincia che lascia cadere nel vuoto una richiesta d'aiuto perché la sala operativa verrà aperta in ritardo, soltanto qualche ora dopo quella scomoda telefonata».
Inizia così la sua requisitoria il procuratore Bellelli che tratta l'ultimo aspetto del procedimento: quello del depistaggio operato dalla Prefettura per coprire le sue mancanze. «Era un fatto troppo scomodo da far trapelare la telefonata di Gabriele D'Angelo, dipendente dell'hotel, di una persona che morirà qualche ora dopo a Rigopiano. Stiamo parlando di alcune condotte di rappresentanti dello Stato che tentano di fuggire alle proprie responsabilità, ancora più gravi e inaccettabili perché inserite nello scenario che conosciamo».
L’INDIGNAZIONE. E tornando rapidamente alla valanga e al terremoto, Bellelli non vuole ascoltare «appelli al fatalismo, alla totale imprevedibilità, alla impossibilità di impedire l'evento». «Quando ci diranno che era impossibile evitare la tragedia, proveremo un moto di indignazione», afferma. E qui inserisce, come suo costume, alcune citazioni di personaggi illustri della cultura e della scienza, come quella di Mario Tozzi: «L'hotel stava nel posto sbagliato, per carità nelle regole di legge», dice Bellelli riprendendo quanto disse il geologo e ricercatore del CNR, parlando all'università di Cassino, «Ma quel problema lo si doveva porre prima. Non possiamo essere immuni dagli eventi naturali, il rischio zero non ce l'abbiamo. Però mitigare il rischio sì, quello è colpevole non farlo». E per restare ancora nel tema valanga Bellelli dice: «La carta valanghe è un impegno non esorbitante per il bilancio di una Regione: un paio di milioni di euro. Ma allora perché dal 1992 non è stata realizzata? Una scelta, come leggere l'articolo 41 della Costituzione al contrario».
LA TELEFONATA CHIAVE. L'articolo dice che la legge determina i programmi e i controlli perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali. E poi torna pesantemente sul depistaggio: «Nascondere la telefonata di D'Angelo serve proprio a depistare. Quando vedremo questo foglio strappato è uno strappo alla voce di questo cameriere morto per asfissia. E' l'ultima chiamata che arriva da Rigopiano: lui telefona all'autorità preposta perché è un volontario della Croce Rossa e sa a chi rivolgersi». Poi fa un elogio ai carabinieri forestali: «Voglio dare atto alle indagini svolte con attenzione e serietà dai forestali», un passaggio che ha il suo perché in relazione ai tanti veleni che sono circolati nel periodo delle indagini e che indegnamente hanno toccato il lavoro dei forestali». E spiega come nasce l'inchiesta: dal carabiniere Cameli che il 26 gennaio ricorda quella telefonata di quell'uomo perché un prefettizio, Verzella, gli chiede di rintracciare chi era il titolare di quel numero, e lo riferisce ai forestali che avevano già avviato le indagini senza però trovare nulla a riguardo nei brogliacci della Prefettura perché quel foglio era stato strappato. «Un aggiustamento da prima Repubblica», afferma Bellelli, «questo fa il Prefetto. E poi, una volta capito che la procura si stava muovendo in quel verso, una task force si attiva per coprire il Prefetto. Per seppellire quella prova sotto la sabbia dell'ignavia».
«POTEVANO SALVARSI». Prima di Bellelli, Papalia aveva concluso la sua parte di requisitoria parlando appunto del ruolo della Prefettura nel disastro di Rigopiano. In particolare, dei ritardi che portarono alla effettiva apertura della sala operativa e del centro di coordinamento per la sicurezza soltanto la mattina del 18 gennaio dopo le prime scosse di terremoto. Mentre invece il dirigente Bianco il 16 e il Prefetto il 17, avevano inviato due note al ministero dell'Interno e ad altri destinatari con le quali si attestava l'apertura della sala il 16 gennaio. «L'indagine dimostra», afferma Papalia, «la falsità di queste note. La prefettura voleva solo far vedere di aver agito tempestivamente, ma era solo sulla carta perché effettivamente la sala venne aperta il 18. I sindaci infatti chiamavano dal 16 gennaio ma in Prefettura non rispondeva nessuno. Il mancato insediamento del Centro di soccorso e della sala ha sicuramente impedito lo scambio vitale di informazioni tra Prefettura e Provincia. Il loro insediamento avrebbe garantito una serie di attività finalizzate anche a pulire quell'unica strada di accesso all'hotel, permettendo così a tutti gli ospiti di potersi allontanare molto prima dell'arrivo della valanga». Si torna in aula oggi con gli interventi delle parti civili.

