I preti e il monito del pontefice «In Chiesa vivendo in povertà»

21 Settembre 2014

Il Vicario generale della Diocesi di Pescara: «La gran parte dei sacerdoti vive in maniera sobria» Il Sostentamento al Clero distribuisce attualmente una quota tra 500 e 1000 euro circa al mese

di Giorgio D’Orazio

I primi comandamenti sono fuggire i luoghi comuni e non fare di tutta l’erba un fascio. L’approccio alla condizione economica degli uomini di Chiesa e l’interpretazione degli appelli di Papa Francesco alla “povertà” e ad una sobrietà di vita, non vanno fraintesi. È questo il filo rosso che conduce l’opinione dei sacerdoti abruzzesi sul tema della povertà del clero, diviso tra esigenze materiali e dettami spirituali, argomento quanto mai spinoso in tempo di crisi e cavalcato dalle dichiarazioni di Papa Bergoglio che ha parlato di preti poveri e non presuntuosi, della necessità di povertà per “arricchire” la Chiesa perché «una chiesa ricca invecchia, non ha vita», e ancora di semplicità e gratuità perché altrimenti «il pastore si trasforma in un chierico di Stato», ricordando la frase di Gesù agli apostoli che recita «non procuratevi oro né argento né denari». «I sacerdoti reggono una porzione di chiesa», esordisce monsignor Vincenzo Amadio dalla sagrestia di San Pietro Apostolo, la “Chiesa sul Mare” di Pescara, «è evidente che si chiede a un prete una testimonianza esterna di sobrietà di vita, ma è altresì vero che il sacerdote vive nel suo tempo e ha necessità di mantenersi».

«Sulla povertà dei sacerdoti c’è un testo del Concilio Vaticano II, del 1965» spiega don Vincenzo «è il decreto “Presbyterorum Ordinis”, che affronta anche la tematica della vita concreta dei sacerdoti. Quanto poi ai beni che si procurano con l’esercizio ecclesiastico» legge il monsignore «i presbiteri e i vescovi devono impiegarli anzitutto per il proprio onesto sostentamento. Chi sale all’altare vive dell’altare», considera don Amadio «oggi c’è il Sostentamento Clero con cui si assicura ad ogni sacerdote una quota, tra i 500 e i 1000 euro circa, secondo le necessità, il tipo di parrocchia, l’anzianità e i ruoli ricoperti, e tenuto conto degli altri introiti, con il quale si può vivere decentemente».

Don Palmerino Di Sciascio, figura storica della parrocchia pescarese Beata Vergine del Rosario, ritiene l’appello del nuovo Papa opportuno per una riflessione sullo stato attuale della Chiesa che, oggi, dovrebbe essere meno esigente, ma tutto questo non deve confondersi con la vita dei preti. «Non è che noi godiamo dell’abbondanza» precisa don Palmerino «quando hai una casa parrocchiale, una macchinetta per muoverti, lo stipendio che l’8x1000 ci dona e magari una pensione scolastica sei a posto. Quasi sempre i sacerdoti abruzzesi vengono da famiglie comuni», continua il sacerdote «possono elevarsi socialmente grazie alla cultura ma non è che ci si può arricchire perché uno espleta una certa attività. Ma è pur vero», puntualizza «che se vuoi tenere una parrocchia aperta e attenta alle nuove necessità della storia, non puoi farlo senza tanti soldi. Bisogna saper intendere il concetto di povertà, insomma». «Certo dove c’è l’attaccamento ai beni» confessa monsignor Amadio «significa che viene a mancare la cosa più importante. Quando il Papa ha detto non mi sta bene un prete che ha una macchina di lusso, io mi sono trovato pienamente d’accordo. Altro aspetto» continua don Vincenzo «è quello dell’accumulo di beni durante il sacerdozio. Da Vicario generale della Diocesi certe cose le so e posso dire che la gran parte dei sacerdoti abruzzesi vive in maniera sobria, esiste anche qualcuno che ha accumulato di più, e in alcuni casi è dovuto al fatto che, guardando alla propria vecchiaia, alcuni vogliano mettersi al sicuro. Un sacerdote più di qualunque cristiano dovrebbe affidarsi alla Provvidenza», considera il monsignore «ma in ogni caso un conto è tesaurizzare per una forma di autotutela, un altro è accumulare e possedere vere ricchezze».

C’è insomma chi detiene beni di famiglia e c’è chi ha ricevuto personalmente eredità importanti da terzi nel corso e per via del sacerdozio. «Non bisogna scordarsi di quanto bene si fa con i soldi o le proprietà, anche del singolo uomo di Chiesa» ricorda don Palmerino «anche nelle alte sfere della curia chi possiede un patrimonio privato non indifferente va visto sotto l’ottica di ciò che può fare, che fa o magari farà dopo la propria morte per la comunità». «Accettare un’eredità è lecito, il punto è come si utilizza questa ricchezza» chiosa don Vincenzo. «Se il prete la utilizza solo per rimpinguare le proprie casse, è assolutamente sbagliato, se invece questa ricchezza ritorna alla comunità, la ritengo una cosa buona, dovuta». «Io posseggo un negozio che mi ha lasciato mio padre e una casa che mi sono comprato con i miei sacrifici, ma in virtù del mio ufficio ecclesiastico» conclude Amadio. «Quando morirò il negozio dovrà tornare alla mia famiglia mentre la casa acquistata andrà alla Chiesa, per la comunità». Anche perché, ha ammonito Papa Francesco, «il sudario non ha tasche».

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