I social, una piazza dove si perde il senso del reale

6 Febbraio 2017

VASTO. «Il Web è una infinita piazza virtuale che può alimentare la solitudine delle persone, azzerare le relazioni sociali face-to-face e rendere più veloci e marcate le sensazioni e le emozioni con...

VASTO. «Il Web è una infinita piazza virtuale che può alimentare la solitudine delle persone, azzerare le relazioni sociali face-to-face e rendere più veloci e marcate le sensazioni e le emozioni con effetti spesso nefasti». Secondo il professor Gabriele Di Francesco, docente di Sociologia all’Università D’Annunzio, ed esperto della comunicazione, i social possono avere avuto un ruolo attivo nella vicenda di Vasto culminata nella morte di Italo D’Elisa, il giovane di 22 anni che a luglio ha investito e ucciso Roberta Smargiassi. È stato il marito della donna, Fabio Di Lello a freddarlo con quattro colpi di pistola. Un tragico evento che ha dato subito la stura ai social dove sono nati gruppi a sostegno dell’una e dell’altra parte.

Professor Di Francesco che responsabilità ha il Web in questa vicenda?

«Premesso che conosco i fatti di Vasto per averli appresi dai giornali, ritengo che ci sia già stato troppo clamore intorno a questa vicenda. In questi giorni ho letto in rete cose spaventose. Quello che mi ha colpito è che la vittima, stando a quanto ho letto sul Centro, è morta mentre parlava al cellulare e che l’omicida aveva postato su Facebook la foto del Gladiatore. Entrambi sembrano far parte di un mondo virtuale, di cui sono contemporaneamente attori e vittime. Il web è gigantesco, è una piazza virtuale talmente grande in cui si perde il senso della realtà in termini di tempo e di spazio. Nel caso di Vasto, ma potremmo parlare di qualunque altro luogo fisico, si sono persi i riferimenti ai valori consolidati: sono stati abbandonati per rimpiazzarli con dei valori virtuali, con la religione del Web, che è quella che ti permette l’immortalità virtuale. Davanti a Facebook siamo soli, le emozioni si amplificano, perché possiamo raggiungere con un messaggio o con una foto milioni di persone. È l’arena virtuale, un anonimo Colosseo, tanto per citare l’immagine del Gladiatore che campeggia sul profilo dell’omicida. Sorgono fazioni assurde, ma prevedibili. Entriamo a far parte di un mondo immateriale nel quale si può perdere la coscienza delle proprie azioni, talora si perde il concetto di responsabilità. C’è un’immaginazione dilatata, le emozioni diventano più veloci e le sensazioni si moltiplicano in maniera esponenziale. Se non si è capaci di discernere la realtà dalla virtualità le conseguenze possono essere nefaste».

Che tipo di comunicazione è quella del Web?

«La comunicazione su Facebook è generalmente fredda, il più delle volte differita. In una società totalmente liquida, senza punti fermi e senza regole, ognuno vi inserisce ciò che vuole. Spesso i social sembrano aver sostituito quella che è la parte inconscia dell’uomo, ma anche i valori, la spiritualità, la religione. Oggi pullulano i siti sui cimiteri virtuali, con filmati sugli avvenimenti più importanti della vita del defunto. Questo dà un senso di eternità, come se ci fosse una vita autonoma, ma questo può alimentare la solitudine delle persone e la loro razionalità».

I social sono sempre negativi?

«Ovviamente no, dipende da come si usano; quando vengono utilizzati in modo totalizzante possono avere effetti deleteri. I social non tengono conto per loro natura delle fragilità delle persone, della loro intimità, dei sentimenti. La rete ha aperto grandi potenzialità, i social sono dei potenti mezzi a nostra disposizione, ma spesso non abbiamo gli strumenti per utilizzarla al meglio. Sarebbe necessario fare cultura e perché no, formazione».