Iannilli, una leggenda dell’arrampicata

Conosciuto in tutto il mondo per le sue imprese. Era molto legato a Castelli, sei anni fa un altro incidente
CASTELLI. «Io esisto perché arrampico in montagna, perché mi metto in gioco al di là del ragionevole, al di là della vita di tutti i giorni. Scalo, quindi sono». La parole di Roberto “Jan Hill” Iannilli raccontano più di ogni biografia la vita di questo alpinista romano, abruzzese d’adozione, che della montagna aveva fatto la sua ragione di vita. Nato e residente a Cerveteri, di professione architetto, era uno dei massimi esperti di arrampicata. Le sue imprese erano finalizzate soprattutto al l’apertura di nuovi itinerari su roccia in montagna: nella sua lunga attività ha aperto più di 100 vie nuove al Gran Sasso e altre 12 in Paesi fuori dall’Europa sempre da primo di cordata o in solitaria. Dopo aver vinto per ben due volte il massimo riconoscimento alpinistico italiano, il premio “Paolo Consiglio”, è stato tra i finalisti italiani della più alta onorificenza alpinistica internazionale, il Piolet d’Or, per la salita all’inviolata cima della Punta Capoccia, nelle Ande peruviane, una via di 1.500 metri su difficoltà elevatissime. Celebre è la sua avventura sulla Bartolomei Tower, una montagna mai salita dall’uomo nella Chandra Valley, sull’ Himalaya, quando proseguì l’ascensione da solo, aprendo una via nuova e tornando al campo base dopo una settimana di permanenza in parete. A dicembre aveva partecipato ad un incontro organizzato per ricordare Pino Sabbatini, l’alpinista teramano deceduto sul Gran Sasso. Insieme all’amico D’Andrea aveva proposto di intitolare a Sabbatini la salita di “Smisurata preghiera”, la punta mai scalata del Gran Sasso. Inizialmente si era diffusa la voce che fosse originario di Castelli, voce non confermata dai residenti, molti dei quali conoscevano l’alpinista che spesso si vedeva nel paese con cui aveva un forte legame. «Roberto era una persona con una profonda umanità, senso dell’umorismo, determinazione, apertura verso l’altro e un amore incondizionato per la montagna per cui ha speso tutta la sua vita», ricorda commosso Filippo Di Donato, padre di Andrea con cui Roberto aveva condiviso delle scalate, presidente nazionale della sezione tutela ambiente montano del Cai e amico storico di Iannilli, «l’alpinismo con la sua scomparsa ha perso una memoria vivente, una testimonianza, un anello di congiunzione tra la storia e il futuro di questa disciplina».(d.p.-a.d.f.)
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