Identificato il kamikaze «Kirghiso legato a siriani»
San Pietroburgo, il Dna dell’attentatore ritrovato sul secondo ordigno inesploso Complici ricercati, caccia a due asiatici. Appello Is: «Colpite America, Russia e Ue»
ROMA. I servizi russi dicono di avere identificato Akbarzhon Djalilov grazie alle tracce di Dna scoperte sulla borsa che conteneva la bomba inesplosa ritrovata alla stazione di Ploshchad Vosstaniya. È un 22enne originario del Kirghizistan il presunto autore dell’attentato alla metro di lunedì a San Pietroburgo, costato la vita a 14 persone, e il ferimento di altre 49, 12 delle quali in gravi condizioni. Un kamikaze che si è fatto esplodere sul terzo vagone della linea blu tra la fermata di Sennaya Ploshchady e quella del Tekhnologhichesky Institute, scatenando l’orrore.
I resti sul vagone. Nonostante nelle prime ore la pista dell’attentatore suicida fosse stata esclusa, i resti ritrovati sulla carrozza della strage sarebbero invece «compatibili» con lo scenario del kamikaze. «La sua identità è stata definita in via preliminare: è originario dell’Asia centrale e aveva contatti con i combattenti siriani» ha riferito una fonte dell’intelligence.
Secondo una prima ricostruzione, il giovane si trovava non lontano dalle porte, nella parte centrale del vagone, dove «è stata trovata la sua mano con dei fili, subito portati ad esaminare». La bomba inesplosa, pari a un chilo di tritolo e cinque volte più potente di quella deflagrata sul treno, che era nascosta in un estintore, avrebbe invece dovuto essere attivato da un telefono cellulare e non da un meccanismo a orologeria.
L’ipotesi del commando. Per evitare che fosse innescata, le forze dell’ordine hanno spento per 30 minuti la rete delle telecomunicazioni alla fermata di Ploshchad Vosstania. Non è escluso che anche l’ordigno azionato sul treno possa essere stato azionato a distanza da complici dell’attentatore che seguivano a distanza i suoi movimenti. In questo caso, dunque, ci si troverebbe di fronte all’azione di una cellula organizzata e non di un “lupo solitario”: un gruppo di cui i servizi segreti russi avevano, pare, individuato da tempo solo un elemento di basso rango, un cittadino russo rientrato dalla Siria che non aveva accesso a informazioni di rilievo. Le ricerche ora si concentrano su altri due giovani sui vent’anni, originari dell’Asia centrale. Djalilov, nato il primo aprile del 1995 a Osh, secondo il ministero degli Esteri del Kirghizistan, aveva un passaporto russo, ottenuto quando aveva 16 anni su richiesta del padre, cittadino della Federazione russa.
I combattenti asiatici. Secondo il servizio di sicurezza Fsb sono almeno settemila i cittadini provenienti dalle repubbliche ex sovietiche che hanno raggiunto la Siria per combattere con lo Stato islamico. Di questi, 2.900 sono russi. Il gruppo di combattenti più importante è quello dei ceceni del Nord Caucaso, ma lo Stato islamico di recente ha puntato sui militanti dell’Asia centrale. Dall’Uzbekistan, per esempio, arriva Abdulkadir Masharipov, autore della strage di Capodanno a Istanbul.
L’appello del Califfato. Ed è probabile che proprio i combattenti asiatici, considerati il nucleo più temibile dell’Is, siano tra i primi a rispondere al nuovo appello del portavoce del Califfato nero, Abu Al-Hasan Al-Muhajir, che in un audio di 36 minuti ieri ha fatto appello agli jihadisti perché attacchino l’Europa, la Russia e gli Stati Uniti. «La guerra contro i nostri nemici è globale» ha detto secondo quanto riferito dal Site, il sito di monitoraggio della galassia estremista.
Ma nonostante gli inquirenti russi indichino per l’attentato di San Pietroburgo la pista islamica, molti aspetti restano ancora da chiarire, mentre in città la tensione resta alta, con la linea centrale della metro ieri chiusa temporaneamente dopo un nuovo allarme. «Certamente il fatto che l’attentato sia stato compiuto quando il capo dello Stato era in città fa riflettere, è un tema di analisi per i servizi segreti» ha dichiarato il portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov, senza escludere inoltre «aiuti stranieri nelle indagini».
Minniti a Mosca. Della necessità di «rafforzare la cooperazione con la Russia nella lotta al terrorismo» il ministro dell’Interno Marco Minniti ha parlato ieri a Mosca con il suo omologo russo Vladimir Kolokoltsev. «Siamo in una situazione difficile che va costantemente monitorata, basta guardare la sequenza: Berlino, Londra e adesso San Pietroburgo». E uno dei temi al centro dell’incontro è stato proprio quello dei foreign fighters, «su cui si lavorerà per avere uno scambio il più possibile forte di informazioni». Polemiche ha suscitato però la decisione di Berlino di non illuminare la porta di Brandeburgo con i colori della bandiera russa, gesto che sarebbe riservato alle città gemellate o con un rapporto particolare con la capitale tedesca.
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