«Il bombarolo sapeva di seminare il panico»
Ecco perché l’impiantista è stato condannato a 5 anni. I giudici: ha ammesso di aver incendiato le auto
PESCARA. «L’imputato ha sempre riconosciuto la volontà di porre in essere gesti eclatanti per attrarre l’attenzione del sistema giustizia. Quindi, l’elemento psicologico può ritenersi emergente per la realizzazione dei singoli eventi, per lo studio preliminare e per la preparazione degli stessi cd video». E’ nelle motivazioni depositate dal presidente del collegio Angelo Zaccagnini che rivivono gli incendi di varie macchine e la fabbricazione di un ordigno per mano di Roberto Di Santo, il “bombarolo” di 59 anni di Roccamontepiano condannato a cinque anni. Perché Di Santo è stato condannato? Sono i giudici a spiegare, in una ventina di pagine, che l’uomo che ha seminato il panico incendiando auto, piazzando un ordigno in una villetta bifamiliare a Villanova di Cepagatti – reato da cui è stato assolto – e lasciando video per illustrare le sue gesta «ha sempre riconosciuto di aver compiuto quei gesti, motivando le sue ragioni». Sarebbe stato consapevole, Di Santo, degli atti incendiari commessi non solo ammettendoli durante il dibattimento ma anche, come spiegano le motivazioni, «confessando le sue responsabilità attraverso i cd video». L’inchiesta del “bombarolo” riporta all’8 gennaio 2013 quando l’impiantista di Roccamontepiano prima piazza un ordigno in una villetta – considerato innocuo – e poi si dà alla fuga incendiando varie auto tra cui una di fronte al tribunale di Chieti fin quando, il 18 gennaio, Di Santo non viene arrestato dai carabinieri.
L’uomo era stato trovato in un casolare di Rosciano con una scorta di viveri che gli avrebbe consentito un’autonomia di altre settimane, con un televisione portatile da cui seguiva e registrava tutto ciò che lo riguardava, un gruppo elettrogeno, un pc e materiale informatico tra dvd, chiavette e fotografie. Durante il processo l’impiantista, assistito nella parte finale del dibattimento dall’avvocato Alessandro Dioguardi, non ha mai negato le sue responsabilità, parlando di quei gesti come una protesta contro le ingiustizie. In particolare, per l’auto incendiata davanti al tribunale di Chieti, le motivazioni della sentenza spiegano: «Il dibattimento ha dimostrato pienamente la vastità delle fiamme e dunque la rilevanza penale peraltro ulteriormente qualificata dall’estrema vicinanza dell’auto al tribunale di Chieti e dall’estensione del fuoco che aveva già raggiunto il palazzo di giustizia». (p. au.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

