Il boss e gli 8 mesi all’Aquila tra cure e ricoveri blindati

26 Settembre 2023

La terapia in carcere per il tumore al colon, la tv in cella e i controlli a vista

L’AQUILA. Quando nella serata del 16 gennaio del 2023 si seppe che Matteo Messina Denaro veniva portato nel carcere le Costarelle di Preturo, a pochi chilometri dell’Aquila e “attrezzato” per i detenuti in 41 bis, si capì subito che per il capoluogo si sarebbe trattato di una presenza ingombrante. Era chiaro che il boss aveva bisogno di cure continue e che prima o poi, come è accaduto, avrebbe trascorso molto tempo all’ospedale San Salvatore fra la Rianimazione e la cella per detenuti, adattata alle esigenze (soprattutto di sorveglianza) dell’ex latitante.
NEL CARCERE
Nelle prime settimane il boss è stato curato in carcere per il tumore al colon. Doveva essere sottoposto a terapie oncologiche e in particolare a chemioterapia a scadenze stabilite dai medici. Nel penitenziario fu allestita (in una cella libera a fianco alla sua) una sala medica attrezzata con tecnologie all’avanguardia. Dentro la “sala” un lettino. Ogni volta veniva portata la cosiddetta pompa siringa per la chemioterapia, un defibrillatore in caso di crisi cardiaca e l’attrezzatura per fare le flebo. Presenti oncologo, rianimatore, infermiere del San Salvatore e personale del carcere per la sorveglianza. Il boss era stato recluso in una delle celle al terzo piano dove fino a qualche ora prima c’era un altro detenuto che era stato spostato in tutta fretta. Nella cella, di circa 4 metri quadrati, c’era un letto ancorato al pavimento, un materasso ignifugo, un tavolo che si apriva e poi si richiudeva verso il muro, un lavandino con acqua calda (non tutte le celle pare ce l’abbiano). Per la doccia il boss doveva uscire e fare pochi metri.
GIORNATA TIPO
La giornata tipo di Messina Denaro (a parte quando doveva fare la chemioterapia) iniziava intorno alle 8 del mattino. Si risistemava da solo, come tutti, il letto, poi si faceva portare il rasoio (che va restituito subito dopo fatta la barba). Di solito non gradiva la colazione ma verso le 10 gli veniva portato un fornellino per farsi da solo il caffè (anche il fornellino veniva poi ritirato). Subito dopo prendeva le medicine che gli erano state prescritte (veniva visitato ogni giorno). Intorno a mezzogiorno il pranzo. Pare apprezzasse la cucina delle Costarelle (tra l’altro avrebbe ammesso di non saper cucinare) e in particolare spaghetti al tonno, bastoncini di pesce e insalata. La sera, a cena, un minestrone o una minestrina leggera. I pasti venivano “verificati” attentamente prima di essere serviti. Da bere solo acqua viste le sue condizioni anche se in teoria poteva chiedere anche vino e birra in confezioni in tetra pak.
GLI INCONTRI AMMESSI
Nel pomeriggio gli veniva concessa l’ora d’aria che doveva “farla” da solo perché non poteva incontrare nessuno a parte il suo avvocato che in carcere gli poteva portare i vestiti di ricambio. Il detenuto curava molto la sua igiene e indossava una tuta anche se non mollava mai il suo giubbotto di pelle (quello che indossava al momento dell’arresto). Il boss parlava bene l’italiano (pare si sia vantato di aver letto nella sua vita centinaia di libri) seppure l’inflessione siciliana si percepisse chiaramente. Dava del lei e si rivolgeva a tutti con “cortesia”. Incontrava psicologo, psichiatra e il cappellano del carcere per non più di 10 minuti. Ci teneva molto a essere curato bene e faceva spesso domande sui più recenti ritrovati anticancro. Al cappellano avrebbe detto di non essere cattolico, di non “amare” i preti, ma che si stava avvicinando alla fede e che sperava nel miracolo della guarigione. Nemmeno una parola sui motivi per cui era finito in carcere.
TV IN CELLA
Dopo una settimana dal suo arresto, nella cella fu portato un apparecchio televisivo, incassato al muro, da dove Messina Denaro seguiva, impassibile ma non troppo, quello che si diceva di lui. La tv si spegneva automaticamente a mezzanotte. La sua cella era sorvegliata da due agenti: uno la vedeva da un monitor e un altro la guardava a vista.
CELLA DA ADEGUARE
Matteo Messina Denaro è stato arrestato a Palermo la mattina del 16 gennaio 2023. Il giorno dopo il Nucleo di polizia penitenziaria scrisse alla Asl mettendo in evidenza che «il reparto detenuti dell’ospedale dell’Aquila necessita di interventi di adeguamento e miglioramento». Una coincidenza? Probabilmente no. La presenza nel carcere di Preturo del boss e la previsione (che già allora era una certezza) che Messina Denaro avrebbe dovuto far ricorso a cure in ospedale fecero sì che il 19 gennaio 2023 (con grande celerità quindi) ci fu un sopralluogo di un tecnico incaricato dalla Asl «alla presenza del personale del Nucleo penitenziario volto alla stesura di un verbale nel quale emergessero tutte le lavorazioni necessarie alla sistemazione delle problematiche emerse». Il verbale fu trasmesso al comandante del Nucleo penitenziario «che lo ha autorizzato e ritrasmesso alla Asl» già il 20 gennaio. «I lavori per la realizzazione del sistema di videosorveglianza sono stati autorizzati il 21 febbraio», si sottolineava nel documento, «e sono terminati il 7 aprile. Risolto il preminente problema della videosorveglianza è necessario procedere all'esecuzione delle altre lavorazioni e in particolare all'accesso dalla scala esterna posta a lato sud dell'edificio L4. Il direttore generale, il 24 maggio 2023, ha dato il via libera alle opere necessarie alla sistemazione dell'ingresso esterno al reparto detenuti, e più precisamente: demolizione del muro esistente; rimozione del cancello esistente; realizzazione di un nuovo muro per chiudere la parte laterale; realizzazione di un cancello scorrevole di 4 metri con apertura a motore; posizionamento di recinzione sopra i muri realizzati; realizzazione di un nuovo infisso per l'accesso alla scala esterna».
OSPEDALE BLINDATO
All’inizio di agosto le condizioni del boss Matteo Messina Denaro si sono aggravate e la degenza nell’ospedale dell’Aquila è diventata per lui “la normalità”. Dall’8 agosto non è più tornato alle Costarelle di Preturo. La cella al San Salvatore riservata ai detenuti, oltre che guardata a vista dalle forze dell’ordine, è stata vigilata 24 ore su 24 da un infermiere e da un medico pronti sempre a intervenire in caso di bisogno. Intorno all’ospedale i segnali della presenza del boss all’interno erano evidenti. Bastava parcheggiare la macchina per vedere a pochi metri un blindato dell’esercito e auto di Penitenziaria, carabinieri, polizia, Finanza. Ma che accadeva nella cella del boss? Matteo Messina Denaro alternava momenti di lucidità a “episodi” di fragilità. Qualche volta riusciva ad alzarsi dal letto. Ieri alla notizia della sua morte in tanti, a partire da infermieri e medici, hanno tirato un sospiro di sollievo. Gli aquilani in questi mesi hanno “sopportato” con una certa indifferenza la presenza del sanguinario boss. Qualcuno ha sottolineato che dopo 30 anni di latitanza è venuto a morire, all’Aquila, nella “capitale del Perdono” come l’ha definita il Papa. Ma il Perdono presuppone il pentimento. Che nel caso del mafioso stragista non c’è stato nemmeno in punto di morte.
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