«Il bullone sull’Asse? Avevo delegato i tecnici»

17 Gennaio 2024

Il processo per l’incidente mortale del finanziere Gianfranco Bellini. In aula parla il dirigente dell’Anas

PESCARA. Rito abbreviato per un imputato, rito ordinario per gli altri tre. Così si è cristallizzata ieri l’udienza preliminare per la morte del finanziere Gianfranco Bellini che si verificò il 27 novembre del 2019 sull’asse attrezzato, mentre la vittima viaggiava sulla sua moto Kawasaki: per un bullone che sporgeva troppo dal guardrail, che spaccò il casco provocando la morte del militare. Sotto inchiesta finirono quattro rappresentanti dell’Anas per i quali l’allora pm Rosangela Di Stefano chiese l’archiviazione, sostenendo che il finanziere stava percorrendo quel tratto di asse a una velocità superiore a quella consentita per cui, se non ci fosse stato quel bullone posizionato in modo anomalo, la morte causata dall’urto sarebbe avvenuta lo stesso. Una richiesta di archiviazione contro la quale ci fu l’opposizione dei difensori della famiglia della vittima (Massimo Galasso e Davide Antonioli) che ottennero dal giudice l’imputazione coatta da parte della procura.
E ieri, nel corso dell’udienza davanti al gup Fabrizio Cingolani, è comparso il dirigente Anas, Adriano Fracasso, amministratore unico della ditta che si aggiudicò quei lavori di installazione del guardrail, che ha chiesto e ottenuto il rito abbreviato condizionato al suo esame. L’imputato ha tenuto a sottolineare al giudice che, per quei lavori, c’era stata da parte sua una delega nei confronti dei suoi direttori tecnici che avrebbero dovuto far installare la barriera su quel tratto di asse attrezzato. Gli altri tre imputati sono Salvatore Aiello, Enzo Di Vittorio e Attilio Panzone, dipendenti Anas addetti alla manutenzione, che hanno scelto la via del rito ordinario, per cui per loro il gup dovrà decidere sul rinvio o meno a giudizio.
Una vicenda tormentata, e per la quale la svolta è arrivata dalla consulenza delle parti civili incentrata proprio sul posizionamento di quel bullone-killer. L’allora gup, Nicola Colantonio, emise una ordinanza di rigetto dell’archiviazione, spiegando le sue ragioni e rispedendo il fascicolo alla procura per confezionare una richiesta di processo per i quattro indagati. La consulenza tecnica accertò che quel bullone sporgeva in maniera eccessiva (un tirafondi che aveva un’altezza di 71,5 millimetri a fronte del limite massimo di 50 millimetri). «Si rileva pacifico», scrisse Colantonio, «che il decesso del motociclista si verificava sia in quanto il casco si rompeva per la velocità eccessiva, sia in quanto la persona offesa urtava con violenza contro un tirafondi che fuoriusciva sulla carreggiata per un’altezza eccessiva, quindi pericolosa».
E il giudice aggiungeva anche che «l’urto poteva non starci o comunque si sarebbe determinato su una diversa parte del casco, con diverso angolo d’incidenza e diversi effetti sul cranio del motociclista: anche ipotizzando il decesso, ciò sarebbe conseguito a una situazione di fatto diversa rispetto a quella oggetto di esame». L'udienza per la discussione è stata aggiornata ad aprile. (m.cir.)