«Il clan esercitava il potere con la violenza»

17 Aprile 2023

Gli arresti a Rancitelli. Il giudice: «Aggressioni alla luce del sole per rendere pubblica la propria forza»

PESCARA. Nella misura cautelare firmata dal gip aquilano Marco Billi, che ha fatto finire in manette 20 personaggi di spicco delle principali famiglie che amministravano il “condominio” del Ferro di Cavallo a Rancitelli, fulcro dello spaccio di droga, il giudice descrive tutti gli elementi che caratterizzerebbero l'associazione mafiosa, per la prima volta contestata dalla distrettuale antimafia dell’Aquila, in casi di spaccio e non solo.
INTIMIDAZIONI E OMERTÀ «Si tratta di un sodalizio caratterizzato da un vincolo associativo molto stretto, in grado di esprimere una notevole forza di intimidazione (anche con armi) e una condizione di assoluto assoggettamento e totale omertà dei quali i componenti si avvalgono per commettere delitti (non solo reati in materia di stupefacenti) e per realizzare profitti e vantaggi ingiusti per sé».
LA FORZA DEL CLAN E secondo il gip anche le aggressioni e i pestaggi da parte degli appartenenti all’organizzazione contribuiscono a delineare il reato mafioso, della così detta mafia autoctona. «Il sodalizio criminale in esame», aggiunge Billi, «si è costantemente contraddistinto per il frequente ricorso a un elevato livello di violenza, concretizzatosi in aggressioni e pestaggi (anche contro i giornalisti ndr), in particolare all’interno del territorio di riferimento (il Ferro di Cavallo) nei confronti di diverse vittime. È da notare che in tutte le vicende descritte, l’aggressione fisica si svolge, senza alcun timore e senza remore, alla luce del sole. Ciò da un lato testimonia della sicurezza riposta dagli indagati nell’assoluto controllo del loro territorio, e dall'altro lato, rappresenta una modalità operativa strumentalmente volta a rendere pubblica, e nota a tutti, la forza del clan».
E il giudice aquilano ripercorre nell’ordinanza anche tutti i casi (omicidi, tentati omicidi e via discorrendo) avvenuti negli anni in quella zona della città sottratta allo Stato.
GLI ORDINI DAL CARCERE Ed ecco anche il perché della scelta di restringere in carcere i protagonisti della mafia rom, anche se, pure dietro le sbarre, riuscivano a dettare ordini: attraverso cellulari introdotti abusivamente nel carcere e attraverso i familiari più stretti come nel caso di Erminia Papaccioli, la “reggente”, moglie di Valentino Spinelli, ritenuto “il capo indiscusso” dell’organizzazione. E dunque un territorio off limits per tutti, dove esisteva una sola legge: quella, secondo il giudice, dell’associazione mafiosa.
«La carica di intimidazione, che prescinde dalla pur elevata caratura criminale di alcuni singoli, risultando connessa alla forza del sodalizio unitariamente inteso, è tale che chiunque ha un contrasto con un membro di una delle famiglie oggetto di indagine, ha la totale consapevolezza di doversi necessariamente confrontare anche con tutte le altre».
IL CARTELLO DELLA DROGA Di qui l'accordo fra le varie famiglie (Spinelli, Ciarelli, Di Pietrantonio) che diventava indispensabile, così come l’imposizione di un cartello, un prezziario della droga, era diventato necessario per mantenere alti i livelli degli introiti derivanti dallo spaccio di droga, evitando qualsivoglia “concorrenza sleale”.
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