Il Covid e i padri separati: sì al diritto di vedere i figli

Il giudice risolve il contenzioso tra due coniugi: all’uomo, medico ospedaliero, erano state impedite le visite dall’ex moglie per timore di un possibile contagio
PESCARA. Anche l'emergenza coronavirus a volte può diventare un elemento di contrasto nelle coppie che stanno facendo i loro tormentati percorsi di separazione, con tutte le ricorrenti questioni legate in particolare alla visita dei figli da parte del genitore non affidatario. Ma la presa di posizione del giudice del tribunale di Chieti, Gianluca Falco, segna un principio importante al tempo del coronavirus. La causa giudiziale di cui si occupa il giudice riguarda due coniugi, entrambi medici: lei assistita dalle avvocatesse Matilde Cionini e Silvia Tortorella, lui seguito dagli avvocati Dante e Federica Angiolelli. Al centro del contendere, come avviene nella quasi totalità delle separazioni, problemi legati alla visita del padre alla figlioletta che al momento vive con la madre. Si potrebbe, ma la babysitter, non regolarizzata, non può essere presente in quanto non può arrivare da un altro comune, e allora si risolve con la presenza della nonna paterna. Ma poi viene tirato fuori il problema contagio legato al lavoro del padre, che è medico in una struttura pubblica dove insiste un ospedale Covid.
La moglie prima pone la condizione dell'effettuazione del tampone da parte del marito, poi quando arriva il risultato negativo il problema comunque resta. E a questo punto il blocco delle visite alla figlia diventa ferreo da parte della madre della piccola. Da qui il ricorso, vincente, degli avvocati Angiolelli, e la decisione del giudice Falco che diventa piuttosto interessante, soprattutto in questo momento. La prima cosa che scrive il giudice nel suo decreto è di regolarizzare la babysitter priva di contratto. Detto questo il giudice, nell'affermare che il padre potrà esercitare il diritto di visita così come disciplinato prima del Covid, salvo i divieti generali di legge relativi alle passeggiate e agli spostamenti non necessari, afferma anche un principio di rilievo per tanti che si trovano nelle stesse condizioni. «La professione di medico», scrive il giudice, «non è certamente motivo che può giustificare la limitazione del diritto di visita verso la minore (confinandolo in videochiamate e saluti dalla strada al balcone) oggi e per il prossimo anno (ovvero per il prossimo anno e mezzo), tali essendo, com'è noto, i tempi presumibilmente necessari per la scoperta del vaccino contro il coronavirus». Ma non finisce qui, perché il giudice entra ancor di più nel merito e nella situazione emergenziale: «Diversamente opinando, ossia identificando nell'esercizio della professione di medico un motivo ostativo alla frequentazione "fisica" tra questi e i propri figli, dovrebbe necessariamente trarsi, per coerenza logica, la conseguenza per cui per il prossimo biennio (considerando anche i tempi di distribuzione su scala mondiale dell'eventuale vaccino) ai due milioni circa di medici dei Paesi dell'Unione europea e i circa 240mila medici italiani, dovrebbe essere inibita la frequentazione "fisica" del proprio nucleo familiare, evidentemente imponendo loro di abbandonare il tetto coniugale». Il giudice spiega poi che gli ospedali Covid, come quello frequentato dal ricorrente, «hanno adottato misure assai stringenti che rendono, anche per i medici ivi operanti, il contatto con il paziente più sicuro di quelli che si possono avere in altri contesti sanitari (ad esempio quelli dei medici di base, ossia quelli dei reparti degli ospedali "non Covid")». Pertanto, il padre potrà far visita alla figlia, ma sempre nel rispetto della sicurezza e quindi «con la concomitante adozione di tutte le cautele necessarie per evitare il contagio».
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