Il delitto di Monia in Cassazione La mamma: «È l’ultima speranza»

1 Febbraio 2021

Udienza il 16 aprile dopo la riduzione della pena da 30 a 17 anni per l’assassino della psicologa pescarese I genitori: «Vogliamo tornare a credere nella giustizia, ma resta solo una ragnatela a cui aggrapparci»

PESCARA. «Voglio tornare a credere nella giustizia. Questa è l’ultima speranza. Ma vedo un filo di una ragnatela a cui aggrapparmi, non una corda». Mamma Doretta Foschi, affiancata dal marito Aldo, lo dice al telefono con la voce rotta dal pianto.
Chiede che sia punito l’assassino della figlia Monia Di Domenico, la psicologa pescarese di 45 anni massacrata a sassate e sgozzata con un pezzo di vetro da un inquilino che non voleva pagarle l’affitto. L’«ultima speranza» è la Cassazione, dove il prossimo 16 aprile arriverà il caso del delitto avvenuto a Francavilla al Mare l’11 gennaio del 2017.
IL RICORSO La procura generale ha presentato ricorso contro la decisione della Corte d’assise d’appello dell’Aquila, che ha ridotto da 30 a 17 anni la condanna nei confronti di Giovanni Iacone: la richiesta è quella di ripristinare la pena inflitta in primo grado con il rito abbreviato.
Anche l’omicida, difeso dall’avvocato Emanuela De Amicis, ha impugnato la sentenza per chiedere un ulteriore sconto. I familiari, invece, sono assistiti dall’avvocato Giuliano Milia. La drastica diminuzione della pena, quasi dimezzata, è dovuta al fatto che i giudici aquilani hanno cancellato l’aggravante della crudeltà.
Una decisione che ha gettato nello sconforto la famiglia di Monia. Si chiedono, in questi giorni, i genitori addolorati, perché non sia crudele una morte per dissanguamento avvenuta in 33 minuti, dopo che l’assassino ha colpito la loro figlia al volto e alla testa 16 volte, per poi finirla con un taglio alla gola, utilizzando una violenza tale da non renderla riconoscibile.
LA RICOSTRUZIONE In base alla ricostruzione dei carabinieri del nucleo operativo e radiomobile di Chieti, quel maledetto pomeriggio Monia era andata a riscuotere due mesi di affitto nell’appartamento al civico 65 di via Monte Sirente. Ma venne assalita da Iacone, un cuoco disoccupato, all’epoca 49enne, nato a Firenze e di origini abruzzesi. L’aggressione si sviluppò in più fasi, secondo un «inesorabile crescendo omicidiario», come si legge nella sentenza di primo grado.
Dapprima, infatti, la donna venne colpita al volto e alla testa con una grossa pietra ornamentale; colpi così potenti da determinare addirittura la frattura della teca cranica, oltre a quella delle ossa nasali.
Nonostante Di Domenico avesse già chinato il capo e fosse molto magra e minuta, peraltro indebolita da una recente influenza, l’imputato continuò l’aggressione utilizzando un pezzo di vetro che si staccò da un tavolino andato in frantumi durante la violenza. Iacone era pienamente capace di intendere e di volere quando perse la testa di fronte alle legittime richieste di pagamento della vittima, che il giorno successivo sarebbe dovuta partire per Parigi.
L’ARRESTO Il cuoco deve rispondere anche di occultamento di cadavere, perché trascinò il corpo della psicologa, avvolto in un lenzuolo bianco, fino alla mansarda: probabilmente, non fece in tempo a cancellare le tracce perché i carabinieri, coordinati dalla tenente Maria Di Lena, arrivarono subito dopo essere stati allertati da un vicino. Monia, psicologa di Villa Serena amata dai suoi pazienti, non si sarebbe mai aspettata una simile esplosione di violenza. Tant’è che due ore prima del delitto, incontrando un’amica, parlò di andare a ritirare l’affitto come una normale incombenza da sbrigare, senza alcuna preoccupazione.
LA MAMMA «Vorrei molto confidare nella giustizia, ma con tutto quello che sento, anche in televisione, il cuore mi sanguina», dice mamma Doretta. «Sono ancora terrorizzata per quello che è successo: sono passati quattro anni dall’omicidio di Monia e i tempi dei processi si stanno allungando. Ci mancava solo il Covid. Io e mio marito siamo distrutti. La giustizia è l’ultima cosa che mi resta. Ma continuo a sentire sentenze assurde. Come nel caso di mia figlia. Com’è possibile che non ci sia l’aggravante della crudeltà? L’ha colpita 16 volte alla testa con una pietra, poi le ha tagliato la gola. Che cosa doveva farle di più? Non riesco ancora a farmene una ragione. Mia figlia era una ragazza splendida», si dispera Dorina al telefono. «Non posso accettare una sentenza del genere. Una cosa è certa: Monia non è stata dimenticata. Qui a Corropoli (il paese in cui vivono i genitori; ndr) hanno organizzato anche un comitato in suo onore».
NESSUNA SCUSA Nel 2018, già nella sentenza di primo grado, il giudice Isabella Maria Allieri ha rimarcato come l’assassino «non abbia mostrato alcun segno di pentimento o di riflessione critica sull’accaduto» dopo quel delitto consumato con «una ferocia inaudita», perché Iacone non si fermò neppure davanti «alle suppliche» di Monia. A distanza di quasi tre anni, è cambiato qualcosa? «Assolutamente no», risponde la donna. «Nessuno ci ha chiesto scusa, né ha tentato di avere un contatto con noi».
L’ULTIMA SENTENZA Doretta è stremata, ma non si arrende. «Il dolore non potrà togliercelo nessuno: rimarrà per tutta la vita, al di là delle decisioni prese all’interno delle aule di tribunale. Ma, se a un dolore simile aggiungete anche una sentenza come quella dell’Aquila, potete immaginare come possano sentirsi una madre e un padre che hanno perso in quel modo la loro unica figlia. Tutti sono rimasti sbalorditi di fronte a una sentenza del genere: nessuno è riuscita ad accettarla. E adesso, davanti a me, non vedo nulla di positivo».
FEMMINICIDI Dall’omicidio di una 17enne a Caccamo, alle porte di Palermo, per mano del fidanzato fino all’uomo che ha ucciso la moglie e il figlioletto di 5 anni in provincia di Torino: negli ultimi giorni le cronache sono state segnate da delitti efferati. «Mio marito segue molto la tv. Ma io, quando sento storie di omicidi o di sentenze con condanne dimezzate, mi allontano: non ho più la forza di ascoltare. In Italia, le cose non vanno mai per il verso giusto: si è arrivati al paradosso che chi ammazza una persona, un proprio simile, riceve sconti di pena e privilegi».
©RIPRODUZIONE RISERVATA