IL DIFETTO DI FABBRICA DEL PROGETTO EUROPA

9 Marzo 2017

Dal referendum sulla Brexit alla vittoria di Trump, passando per la crisi libica e la svolta autoritaria in Turchia, il destino dell’Europa nell’ultimo anno ha fatto giri piuttosto larghi. A...

Dal referendum sulla Brexit alla vittoria di Trump, passando per la crisi libica e la svolta autoritaria in Turchia, il destino dell’Europa nell’ultimo anno ha fatto giri piuttosto larghi. A Bruxelles, il più delle volte, non è restato che prenderne atto, incrociando talvolta le dita perché davanti a questo o a quel bivio la storia non prendesse la strada sbagliata: in Austria è andata bene, con la vittoria dell’europeista Van der Bellen sull’ultranazionalista Hofer; in Francia e Germania, al voto nei prossimi mesi, chissà.

Cosa sia bene e cosa sia male, in realtà, è opinabile, perché a 60 anni dai trattati di Roma - vero motivo del vertice di oggi e domani, definito dallo stesso Gentiloni “di transizione” - c’è chi si batte per salvare il salvabile e chi, invece, spererebbe di mandare tutto all’aria per ricominciare da capo. Il governo italiano è iscritto al primo gruppo, accettando anche la soluzione dell’Europa a più velocità: tecnicamente è possibile, praticamente è già nei fatti. Perché qualcuno ha l’euro e qualcuno no, qualcuno ha Schengen e qualcuno no, qualcuno fa parte della Nato e qualcuno no. L’Unione, insomma, non è mai stata unione in tutto, e difficilmente lo sarà. Il bicchiere mezzo pieno dice che sulla difesa qualcosa si è cominciato a muovere, anche se il sogno dell’esercito europeo è ancora lontano: si è approvata l’idea di un quartier generale che coordinerà tre missioni in Africa, mentre il concetto di «cooperazione strutturata permanente» si tradurrà forse in una scuola di formazione comune, che l’Italia vorrebbe a Napoli. Perché solo ora? Perché Trump, con le sue intenzioni di tagliare i finanziamenti alla Nato, ha messo paura: segno, ancora una volta, che questa Europa si muove solo se scossa da fattori esterni.

A volte, però, nemmeno ciò basta, come dimostrano i 5mila morti nel Mediterraneo nell’ultimo anno: l’Italia ha coinvolto l’Unione in un accordo con la Libia (che tra l’altro ha destato inquietudine in molte organizzazioni umanitarie) per l’addestramento del personale militare e il finanziamento di missioni e di progetti di sviluppo, anche nei Paesi d’origine delle migrazioni; Bruxelles, però, ha fallito il bersaglio grosso, ovvero il principio che ogni Stato membro si assuma le proprie responsabilità nell’accoglienza. Le quote decise dalla Commissione nel piano di ricollocamento dei migranti sono state ignorate da tutti, anche da quei governi che danno invece la linea sulle virgole del rapporto tra deficit e Pil: accanto alla «rigidità assolutamente inamovibile quando si parla di virgole di bilanci», per dirla con le parole del premier in Senato, ce n’è una «distratta e tollerante quando si parla di decisioni che affrontano questioni di principio».

È un po’ il difetto di fabbrica, probabilmente, di un progetto iniziato nel 1957 con l’unione tra Stati diversissimi, in guerra fino a dodici anni prima, e proseguito con un allargamento che dopo la fine dei blocchi ha corso parecchio. Ma fu un’idea geniale, e alla luce della storia - con le grandi potenze di oggi e quelle di domani - l’unica strada possibile per la sopravvivenza: se l’Italia è ora in una posizione autorevole, capace di esprimere il presidente del Parlamento europeo e l’Alto Rappresentante dell’Unione per la Politica estera, è anche perché in sessant’anni di storia non ha mai messo in discussione l’idea di cedere un pezzo di sovranità nazionale in cambio di una casa comune.

Adesso, però, qualcosa sta cambiando anche da noi. La percezione dell’elettore medio è che il sogno del 1957 si sia trasformato in una pistola nelle mani di Parigi e Berlino, e che all’Italia siano rimasti solo gli oneri in cambio di qualche nomina prestigiosa: per questo Gentiloni ha promesso di tornare alla carica sul fronte economico, alla ricerca di una maggiore flessibilità per far ripartire la crescita. Difficile che porti a casa qualcosa in questi due giorni: se i vertici incidono raramente, quelli “di transizione” non hanno speranze.

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