Il finanziere condannato Il gup: rivelò un segreto

16 Marzo 2022

PESCARA. «Nella vicenda in esame, la notizia rivelata al medico, e cioè l’esistenza di un’attività di captazione telefonica avente come “bersaglio” l'utenza telefonica dell’indagato, aveva ad oggetto...

PESCARA. «Nella vicenda in esame, la notizia rivelata al medico, e cioè l’esistenza di un’attività di captazione telefonica avente come “bersaglio” l'utenza telefonica dell’indagato, aveva ad oggetto una informazione per la quale il divieto di comunicazione era, ed è, imposto dalla legge come obbligo del segreto. Né può dirsi che l’informazione riguardasse notizia futile o insignificante avendo riguardo sia al buon andamento sia all'imparzialità dell’amministrazione, in quanto il dato era relativo alla prosecuzione dell’attività di ricerca della prova nell’ambito di un procedimento in fase di indagini preliminari». È un passaggio delle motivazioni in base alle quali il gup Giovanni de Rensis, lo scorso 22 febbraio, ha condannato il maresciallo capo della guardia di finanza, A.F., a 8 mesi di reclusione con il rito abbreviato per rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio in relazione a un’inchiesta del pm Andrea Di Giovanni. Il giudice ricostruisce nei particolari la vicenda che avrebbe permesso a un indagato di quella inchiesta di venire a conoscenza che il suo telefono era sotto controllo. Il maresciallo condannato, addetto alle intercettazioni, nella mattina del primo giugno del 2021, dopo aver ascoltato la telefonata intercorsa tra un suo amico medico e l’indagato, era subito intervenuto con degli sms per «strigliare» il medico: «Ma Dio santo, più ti dico che non ti devi immischiare con sta gente e tu gli fornisci pure il curriculum per l’Albania. Ti sei fatto sentire tutto interessato, bastava dire che non ci volevi collaborare con gli albanesi per pregresse esperienze negative...e che cazzo vuoi avere ragione pure adesso».
Il medico, amico anche dell’indagato, riferisce tutto al suo socio ed entrambi mettono a conoscenza l’indagato di quella situazione. Si parla addirittura di un possibile arresto di questo indagato. La procura, venuta a conoscenza della questione interviene prontamente. L’aggiunto Anna Rita Mantini e i sostituti Anna Benigni e Luca Sciarretta, in pochi mesi chiudono l’inchiesta dopo aver interrogato l’indagato intercettato, il medico e il socio di quest’ultimo, ed aver acquisito le chat del cellulare del medico con il finanziere. Ma la testimonianza più forte è stata quella del socio del medico che riferì ai magistrati degli incontri anche conviviali con il medico, il finanziere e due alti dirigenti Asl: «La prova più certa può essere quella del messaggio ricevuto dal mio socio, nel quale si diceva “ti sei fatto sentire con quello lì... è una merda”. Quindi era certo che l’indagato fosse intercettato anche perché in altri pranzi loro dicevano che comunque l’indagato aveva vita breve, che sarebbe stato arrestato». Il giudice, in relazione all’interrogatorio reso dal finanziere prima della sentenza dice: «Non possono non stigmatizzarsi falsità che sono il frutto di una ben elaborata strategia difensiva», da qui anche la non concessione delle attenuanti generiche.
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