Il flop dei boschi artificiali raccontato da 4 immagini

15 Settembre 2017

Spesi in trent’anni tanti soldi. Senza alcun risultato positivo per l’ambiente La natura, a San Giuliano dell’Aquila e Roio, ha invece fatto di più. In poco tempo

PESCARA. A Roio e San Giuliano dell’Aquila la natura ha fatto molto di più dei rimboschimenti artificiali costati fior di miliardi di vecchie lire piovuti sull’Abruzzo dalla cassaforte dell’ex Casmez o dall’Europa. Il confronto tra le immagini che pubblichiamo parla da solo: senza la mano dell’uomo, in dieci anni, il bosco di San Giuliano è rinato. A Roio c’è voluto anche meno tempo: 5 anni. In venti o trent’anni, né Capestrano né Cocullo sono invece tornati ad assere com’erano prima degli incendi degli anni Novanta. «Il metodo naturale conduce, in tempi decisamente più rapidi, rispetto a quelli ottenibili con l’impianto artificiale, alla ricostituzione della copertura boschiva», scrivono gli esperti del Servizio Foreste della Regione quando, nel dossier inviato al governatore, Luciano D’Alfonso, dimostrano i pregi della natura e i difetti del rimboschimento artificiale. «E’ facilmente dimostrabile empiricamente con l’osservazione dello stato delle superfici percorse dal fuoco che il bosco di San Giuliano, completamente distrutto nel 2007, si presenta a distanza di soli dieci anni quale giovane soprassuolo misto a prevalenza di latifoglie caratteristiche della fascia fito-climatica del Castanetum di Pavari (querce, frassini e carpini), con nuclei di rinnovazione di Pino nero». E ancora: «Altra situazione rappresentativa è rinvenibile nell’area percorsa dal fuoco nella Pineta di Roio il 6 agosto 2012, nella quale si osserva a distanza di appena cinque anni l’avvenuto insediamento e sviluppo di un soprassuolo costituito in prevalenza da latifoglie». Il vantaggio, più politico ed elettorale, che ripiantare pini e querce in modo artificiale dà, è svelato dalla frase che segue: «La storia dei rimboschimenti effettuati nella Regione Abruzzo non è, purtroppo, una storia di successi», scrivono gli esperti, «se si eccettuano quelli realizzati fino agli anni Cinquanta. Tale successo deve però essere attribuito unicamente all’immenso lavoro che la loro realizzazione ha richiesto, con l’impiego di centinaia quando non migliaia di unità lavorative». Voti, migliaia di voti? Per il resto è un fiume di soldi gettati al vento: «A distanza di trent’anni i rimboschimenti si presentano nella maggioranza dei casi falliti o scarsamente sviluppati», si legge infatti sul rapporto degli esperti della Regione che allegano le fotografie dei rimboschimenti di Cocullo, con fondi ex Cassa del Mezzogiorno, e Capestrano, con i Pom (Programmi operativi multiregionali). E concludono così: «Dal 1994 al 2000, sono stati spesi 16 miliardi di vecchie lire». Fondi con cui le cooperative hanno realizzato 47 progetti. Ma il risultato è da considerarsi un flop. (l.c.)