Il generale abruzzese: ma la pace è difficile, Gaza è una polveriera

22 Ottobre 2024

Del Vecchio, l’alto ufficiale che comandò le forze Nato in Afghanistan: è una fase cruciale 

«Le chiavi della pace in Medio Oriente sono nelle mani dell'Onu. La striscia di Gaza è una polveriera, mettere fine al conflitto sarà un'operazione complessa». Così dice al Centro Mauro Del Vecchio.
Nel giorno in cui a Pescara si apre il G7 che darà un messaggio di pace al mondo, pubblichiamo un’intervista esclusiva a un abruzzese ritenuto tra i massimi esperti di operazioni di stabilizzazione in terre dilaniate dai conflitti. Del Vecchio, già generale di Corpo d’armata, originario di Casalanguida, in provincia di Chierti, ha guidato azioni militari all'estero: nel 1997 in Bosnia e nel 1999 in Macedonia e Kosovo. Dal 2004 al 2007 ha comandato il Corpo d’armata di reazione rapida italiano della Nato ed è stato Comandante delle forze Nato in Afghanistan, nell'ambito dell'operazione Isaf dal 2005 al 2006. Sotto di lui, 50mila uomini in missione di pace.
Generale, guardando al risiko in Medio Oriente possiamo dire di essere sulla soglia della terza guerra mondiale?
Mi auguro di no. Di certo, siamo ben lontani dalla pace. La speranza che riponevamo, che le vicissitudini belliche del passato potessero alimentare un periodo di accordo e intesa, è andata persa. Ci sono diversi focolai attivi nel mondo dove la mediazione e il confronto democratico non esistono e si ricorre a manifestazioni cruente per far valere il proprio pensiero.
Un esempio è la Striscia di Gaza?
Quella è una polveriera. Un conflitto che nasce da lontano, si trascina dal 1947 con la costituzione dello Stato di Israele, che ha privato i palestinesi della loro terra. Si è sperato che popoli diversi e contrastanti potessero convivere pacificamente. Non è avvenuto.
Viviamo un periodo di grande incertezza. Fino a che punto l’attacco del 7 ottobre di Hamas e l’ampliamento della crisi devono preoccupare l'Europa?
Non c'è solo la Palestina con i suoi conflitti interni. Basti pensare a quello che è accaduto nel 1999 in Kosovo, dove ho comandato un contingente internazionale, o due anni prima, nel '97, in Bosnia. Anche la crisi dei Balcani era profonda.
Ma la pace, in quel caso, è arrivata.
Gli interventi della comunità internazionale sono riusciti a far superare, in parte, le divisioni con uno schema che teneva conto delle regole.
Può essere riprodotto per Israele e la Striscia di Gaza?
Sono risultati ben lontani dal verificarsi in Palestina, Libano e Iran dove la situazione è all'apice della criticità. Il coinvolgimento di forze esterne - come l'Iran - nella lotta tra comunità araba e palestinese non fa che alimentare le tensioni.
Torniamo a noi: la guerra è davvero così lontana?
Dobbiamo solo augurarci che si trovi il modo di superare questi contrasti laceranti: costituiscono un gravissimo pericolo per la pace nel mondo, anche per i Paesi europei.
C'è il rischio di un allargamento del conflitto?
Sì, in quanto siamo di fronte a tematiche delicate e coinvolgenti. Nulla può essere escluso.
Tuttavia, il ruolo svolto dalle forze di pace dell'Onu non è secondario...
Direi essenziale. I caschi blu sono presenti, ma il problema è militare e politico. L'Onu deve operare per trovare una soluzione e riportare la pace.
In decenni e decenni di mediazioni non si è riusciti a farlo. Perché?
I tentativi sono stati fatti, apparentemente senza grandi risultati. Se non sono andati a buon fine prima, oggi, con un conflitto in atto così acceso, sarà ancora più complicato.
I media hanno il faro puntato sulla guerra in Ucraina e in Israele. Dell'Afghanistan nessuno parla più?
La stampa riferisce sempre con minore frequenza cosa sta accadendo lì. Tra il 2005 e il 2006 ho comandato l'operazione di stabilizzazione in quell'area dove si formavano e operavano gruppi di terroristi, i talebani, che mettevano in pericolo la comunità internazionale.
Una minaccia terroristica ancora attiva?
L'attentato alle Torri gemelle, nel 2001, ha ratificato come la presenza terroristica nel mondo fosse esplosiva e pericolosa. La comunità internazionale, nei primi anni Duemila, ha dovuto prendere atto di quanto queste manifestazioni estremistiche e di conflittualità fossero presenti e attive. L'Onu per prima?
Le Nazioni Unite hanno dovuto fare i conti con un coacervo di personaggi che, partendo dall'Afghanistan, minacciavano il mondo con le loro azioni terroristiche. Adesso, purtroppo, l'attenzione è scemata.
Dal ritiro delle truppe americane?
Dopo due decenni, in Afghanistan sono tornati i talebani, anche a causa della decisione del governo americano di ritirare i propri militari. Dal 2021 la situazione ha avuto un'involuzione. Le forze internazionali sorrette dal mandato dell'Onu hanno lasciato quei territori, con gravi conseguenze negative.
A cosa si riferisce, in particolare?
Quel barlume di speranza e di modernità che si era acceso è tornato a spegnersi. Sono state ripristinate condizioni che non sono quelle di un Paese libero e democratico. Almeno, non come intendiamo noi la democrazia.
I tempi per il ritiro delle forze internazionali erano maturi?
Le truppe americane sono andate per la prima volta in Afghanistan 20 anni fa per combattere a fianco delle tribù che cercavano di cacciare il governo talebano che ospitava al-Qaeda, il gruppo terroristico responsabile degli attentati dell'11 settembre 2001.
E poi?
I talebani si sono dati alla fuga, molti dei loro leader si sono nascosti in Pakistan. Qui, nel tempo si sono ricostituiti e hanno ripreso la lotta contro il governo afghano. Impedire il ritorno dei gruppi terroristici si è rivelato molto più difficile, senza una presenza di controllo nel Paese. È un monito che vale ovunque.