Il giudice: l’accoltellatore intenzionato a uccidere, ora deve stare in carcere

Nell’interrogatorio di ieri, il 18enne di Montesilvano resta in silenzio Ma per lui niente domiciliari: «I genitori gli hanno agevolato la fuga»
PESCARA. Si avvale della facoltà di non rispondere all’interrogatorio di garanzia e il giudice conferma il fermo e dispone contestualmente la misura cautelare in carcere per il diciottenne, A.E.T., originario di Foggia ma residente a Montesilvano, accusato del tentato omicidio di un quindicenne lo scorso primo ottobre in via Firenze, nella zona a ridosso della movida pescarese: sei coltellate che, pur se indirizzate in parti vitali, non hanno provocato la morte del minorenne. Assistito dal suo legale di fiducia, Sabrina Sbaraglia, il ragazzo che ha compiuto 18 anni meno di trenta giorni fa, è apparso provato e con un equilibrio psichico piuttosto delicato tanto che, nel disporre la misura, il gip di Chieti, Andrea Di Berardino (l'arresto è avvenuto a Miglianico, anche se il fascicolo passerà adesso a Pescara), sollecitato dal difensore che ha depositato anche documentazione medica a sostegno della sua istanza di arresti domiciliari, ha disposto che il responsabile medico del carcere teatino «relazioni sulle condizioni psicofisiche dell'indagato».
«SI SCAGLIA CON FEROCIA»
Il fatto viene comunque dettagliatamente descritto dal giudice in tutta la sua gravità, che emerge anche dai filmati della zona. Nel ricostruire l’accaduto, il gip sottolinea che in un attimo l’indagato, «che ha sempre tenuto la mano destra nella tasca del giubbino della tuta, la tira fuori e si scaglia con ferocia contro la vittima con affondi lunghi, secchi, ravvicinati e diretti in varie parti vitali del corpo del minorenne». La misura in carcere viene giustificata dal pericolo di fuga. La squadra mobile diretta da Gianluca Di Frischia, dopo il primo intervento della Volante di Pierpaolo Varrasso, era risalita immediatamente all’identità dell’aggressore, confermata dalla ragazza che era con lui e dalla stessa vittima che aveva un appuntamento con l’indagato per chiarire una precedente aggressione contro il cugino di un suo amico. Ma l’accoltellatore era introvabile e, siccome l'atteggiamento del padre non era apparso convincente, la polizia ha deciso di pedinare il genitore.
LA POLIZIA PEDINA IL PADRE
infatti, puntualmente, il mattino seguente il padre si è recato a Miglianico, a casa della figlia, ed è lì che gli investigatori hanno trovato l’aggressore, seduto sul divano e con una ferita da taglio al dito. Ed è sempre il padre che il mattino successivo porta in Questura il coltello sporco di sangue ricevuto, a suo dire, da una persona sconosciuta. «Nemmeno in astratto», scrive il gip,«potrebbe prospettarsi una lettura alternativa, quale quella di una reazione difensiva, la quale sarebbe smentita dai video e dalle dichiarazioni dei presenti e perfino della ragazza che era con l’indagato. Sicché l’iniziativa dell’assalto col coltello è stata totalmente sganciata, per manifesta sproporzione, dal comportamento della vittima».
INTENZIONE DI UCCIDERE
L'intenzione, secondo il giudice, era quella di uccidere. «L'indagato ha smesso di colpire non perché egli volesse soltanto provocare lesioni, bensì per dileguarsi, ossia per cause esterne che avrebbero reso troppo rischiosa la prosecuzione dell’azione, quali la presenza di persone sedute ai tavoli e comunque transitanti in un’area pedonale e centrale della città, in pratica desistendo per il timore di essere catturato, nella probabile convinzione di averlo ormai ferito, anche eventualmente a morte. Proprio questo autogoverno dell’istinto omicida, seguito da una fredda e lucida gestione della fase successiva, è indiziante della certezza dell’indagato di aver commesso un atto dalle caratteristiche esiziali e dunque della sua intenzione omicida».
COME CHRISTOPHER
E il giudice Di Berardino, nello spiegare il pericolo di fuga e il disagio giovanile, la pericolosità di questi giovani che girano ormai con il coltello in tasca, fa riferimento, anche senza farne il nome, alla morte di Christopher Thomas Luciani. «Questo piano di fuga», afferma il gip, «ovvero di sottrazione alla giustizia, è un dato che rafforza e consolida (esprimendo una assoluta inaffidabilità circa eventuali prescrizioni domiciliari) la pericolosità del soggetto, di per sé ampiamente derivante dalle modalità della condotta di eccezionale gravità e inserite nell’angosciante e criminogeno vuoto esistenziale giovanile colmato dalla violenza (specialmente in città apaticamente riverse su un materialismo schiavo di vizi sempre meno privati e a disposizione ora anche delle menti più fragili), di recente fuoriuscito dall’anonimato delle persone che lo vivono e affrontano nella quotidianità, per imporsi nel dibattito pubblico, in conseguenza dell’omicidio di un ragazzo della stessa età della vittima, a poca distanza dal luogo del delitto di cui ci si occupa e con caratteristiche tristemente simili».
deve stare in carcere
Dunque, solo il carcere è idoneo per l’indagato anche perché la richiesta di domiciliari «presso la madre che, insieme al padre, ha agevolato la sua fuga, appare anche per questo inaccoglibile».

