Il Gp di Pescara celebrato anche in un libro

Richard Williams ha ripercorso per due volte il circuito: «Quanti rischi tra pali del telefono e reticolati»
PESCARA. Arriva dall’Inghilterra ed è datato 2004 il primo tassello per le celebrazioni della prima corsa sul circuito di Pescara. E’ un libro di Richard Williams dedicato al Gran premio di Pescara del 1957. Il testo s’intitola «The Last Road Race - The 1957 Pescara Grand Prix» (Weidenfeld & Nicholson, 256 pagine, da 6,99 sterline) e due anni fa è stato tradotto in italiano (edito da PescarAbruzzo).
Williams ha 67 anni, vive a Londra ed è stato caporedattore dello sport per il quotidiano The Guardian. In passato ha lavorato per i quotidiani The Times e The Indipendent. «Per me», il ricordo di Williams, «il circuito di Pescara rappresenta tutto quanto c’è di bello nelle corse automobilistiche dell’epoca antecedente alla presa del potere da parte dei computer e degli uomini del marketing, cioè quando le macchine avevano aspetti differenti e gli sponsor non avenano l’ultima parola nelle decisioni da prendere. Era un circuito meraviglioso e unico che rappresentava una sfida tremenda per i piloti e le macchine. Era composto da strade normali e comprendeva un lungo rettilineo nei pressi della costa, una salita che passando attraverso colline avvolgenti conduceva a Spoltore e Cappelle sul Tavo per poi ridiscendere velocemente verso Montesilvano dove incontrava di nuovo la costa. Le macchine passavano fra case, chiese e campi e lungo torrenti e fiumi. I rischi presenti nel paesaggio erano rappresentati da pali del telefono, cunette e reticolati sparsi a caso lungo il percorso. Il circuito di Pescara aveva una sua forte personalità. Per le auto, Pescara rappresentava un test dal punto di vista della potenza dei motori, della messa a punto e dei freni. I motori giravano al massimo per lunghi tratti, con enormi sforzi. La prima volta che ho sentito parlare della corsa avevo 10 anni. Era il 1957. Mi sembrava una corsa lontanissima nel tempo e piena di fascino. Rimasi colpito dal fatto che Moss con una Vanwall aveva sconfitto le macchina italiane (anche se amavo le Ferrari e le Maserati...). E’ stato così che mi sono interessato al posto. Ho ripercorso il vecchio circuito per due volte, e ho intervistato i 4 piloti superstiti di questa corsa: Moss, Brooks, Roy Salvadori e Jack Brabham. Tutti avevano storie bellissime da raccontare sulle loro imprese a Pescara. E’ interessante notare colme due di loro (Moss e Brooks) amavano il circuito, mentre gli altri due lo odiavano».

