Il grazie di Pescara all’ex primario Tentarelli

Il fondatore del reparto di Malattie infettive è scomparso a 87 anni: «Sapeva ascoltare i pazienti»
PESCARA. Nel 1969, all’età di 37 anni, è stato uno dei primari più giovani d’Italia. A Roberto Tentarelli, 87 anni, pescarese nato in via Balilla, scomparso all’alba di sabato scorso dopo una lunga malattia, si deve la nascita e lo sviluppo del reparto di Malattie infettive (dipartimento attualmente diretto da Giustino Parruti), all’epoca ubicato al pianterreno dell’ospedale pescarese.
Tentarelli lascia la moglie Miriam Febbo, la figlia Maria, il genero Vincenzo Filiberto e i nipoti, Giulio, Elena e Roberto, di 16, 15 e 8 anni. Si era laureato nel 1968 alla Sapienza di Roma. L’anno dopo era già primario a Pescara, forte anche delle numerose specializzazioni, tra cui gastroenterologia, cardiologia e medicina interna. Garbato, riservato, intuitivo, non lasciava le corsie neppure di domenica, traeva ispirazione dagli insegnamenti del suo “maestro”, il professor Luigi Condorelli. «È stato un papà amorevole, un esempio di medico d’altri tempi» dice la figlia Maria, laureata in Farmacia e madre dei suoi adorati nipoti. «A Maria», rivela la moglie Miriam, «ha trasmesso l’amore per lo studio della medicina. Mio marito ha lavorato molto per far crescere il reparto che ha diretto, era il suo mondo, la sua creatura. Ne era fiero, non parlava mai del lavoro, però io mi accorgevo quando i tempi erano difficili, come gli anni del colera o dell’Aids».
Nel 1999, dopo 30 anni trascorsi col camice bianco, per Tentarelli, Cavaliere del Santo Sepolcro e uomo di profonda religiosità, è arrivato il pensionamento. Fino all’ultimo si è dedicato alla famiglia e alle sue passioni, la storia egizia, il volontariato nella Croce Rossa, l’insegnamento all’università della Terza età, la pesca.
Aveva un grande dono, Tentarelli: «Sapeva ascoltare i suoi pazienti», rivela Augusta Consorte, infettivologa, all’epoca aiuto del primario insieme a Luciana Alterio: «Il testamento morale che ci lascia è l’umiltà», ricordano le dottoresse, «l’estrema attenzione per i malati, lui era il primo ad arrivare in ospedale e l’ultimo ad andarsene, tornava al lavoro anche nel pomeriggio e spesso lo si vedeva in corsia anche la domenica». «Ci ha insegnato ad ascoltare il paziente, ci ha avviato alla professione», ringraziano Consorte e Alterio «ed era amato da tutti, persona colta, brillante, intuitiva, garbata». Tante le persone a cui il medico ha salvato la vita. Il loro «grazie di cuore» è vergato nelle lettere che la famiglia custodisce gelosamente.

