Il medico Verna in isolamento: «Così è cambiata la mia vita»

29 Marzo 2020

Il dirigente del reparto di Allergologia dell’ospedale civile è in quarantena: «Vivo da separato in casa Ma in questo momento è fondamentale il rispetto delle norme, non vedo l’ora di abbracciare i figli»

PESCARA. «I miei figli si avvicinano continuamente, vogliono essere coccolati, faccio fatica a tenere le distanze. Ma devo farlo, ci sarà tempo per gli abbracci».
Nicola Verna, 51 anni, pescarese, specialista in Allergologia e immunologia clinica, dirigente medico all’unità di Medicina interna dell’ospedale, racconta «lo strazio» di un padre che vorrebbe stringere forte forte i figli Ruggiero e Giuliana,14 e 13 anni, soprattutto ora che «avrei tempo» perché da qualche giorno, rivela, «sono in isolamento a casa dopo aver scoperto di essere rimasto contagiato col coronavirus». Invece deve trattenersi: grande è «il timore di infettare tutta la famiglia», racconta durante la reclusione con la moglie Manuela, dipendente di un centro commerciale. Verna, in trincea nell’area Covid, tra il sesto e settimo piano dell’ospedale, è finito in quarantena da venerdì quando il verdetto del tampone è stato impietoso: positivo al coronavirus. Dopo lo shock e gli esami di rito, il ritorno a casa per affrontare la clausura di almeno quindici giorni per consentire il monitoraggio della malattia, prima di sciogliere ogni dubbio.
La reclusione per colpa della pandemia costringe il dottor Verna, come tutti gli altri pazienti nella sua stessa situazione, a riorganizzare la vita. Il primo provvedimento è la «separazione in casa» dai propri affetti, camere e bagni distinti, i pasti da consumare in solitudine. È sostenuto da un carattere forte e un grande senso dell’ironia, ma «è dura ugualmente, però ne usciremo» si dà coraggio.
Dottor Verna, come ha reagito quando ha saputo il verdetto del tampone? E che tipo di sintomi ha avvertito?
Avvertivo una spossatezza tremenda da alcuni giorni, la scorsa settimana. Ma nell’area Covid c’è tanto da fare per assistere i malati. Così inizialmente ho pensato fosse lo stress da corsia, poi è arrivata la mazzata. Il primo pensiero è stato per la mia famiglia, la paura di averli infettati. Ho pensato: dovranno stare in quarantena per colpa mia. Poi ti siedi e rimugini: dove sono stato? Con chi ho avuto contatti? Che danni ho fatto? È una realtà con cui fare i conti.
Come ha dovuto riorganizzare la sua vita in quarantena?
Sto tutto il giorno chiuso in una stanza separata dal resto della casa e quindi dai miei cari, studio, parlo al telefono con i miei pazienti, cerco di tranquillizzarli perché la loro paura è quella di rimanere infettati, il quadro clinico degli asmatici è già molto complesso. Mi cambio spesso d’abito e la mascherina, mi controllo la temperatura. Pranzo e ceno da solo, in un tavolo accanto a quello della mia famiglia. Per far sorridere i ragazzi, e sdrammatizzare un po’ la situazione, dico loro che sto all’angolo come un cagnolino con la sua ciotola. Mia figlia Giuliana, di solito rimane nella sua cameretta a fare i compiti, è una bimba sveglia e intelligente, ha capito tutto e si comporta di conseguenza. Ruggiero, invece, cerca di buttarsi addosso a me, vorrebbe baciarmi e abbracciarmi, è complicato mantenere le distanze. Ma non si può, per ora.
Come si spiega ai bambini questo flagello, anche per calmare le loro ansie da reclusi?
Le ansie dei grandi ci sono, ma si cerca di contenerle per rassicurare i piccoli ai quali io ho spiegato che fuori c’è una malattia che colpisce tutti e che bisogna stare a casa. Talvolta scherziamo anche sul virus, per allentare la tensione di un atmosfera già non facile tappati in casa. A loro manca tanto la nonna, che vive al piano di sotto e che possono salutare via skype.
Se tutta la sua famiglia è in isolamento, come vi organizzate per spesa e farmaci?
Ci aiutano parenti e amici lasciandoci le buste fuori la porta.
Sui social ha espresso pensieri solidali per i colleghi in trincea.
Si, l’invito a tutti è a ringraziare il personale sanitario che lotta per noi dalle corsie d’ospedale.
Che messaggio di speranza si sente di dare ai pescaresi?
Ne usciamo se si spezza questa catena di contagi ed è possibile solo se ognuno fa la sua parte, perché, per ora, il vaccino non c’è.
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