«Il mio nipotino Ale nato sotto le bombe, resistiamo ancora»

25 Febbraio 2023

L’ucraina Lyudmyla e la paura di perdere gli affetti più cari «Ho ospitato a Pescara i miei parenti in fuga, vinceremo»

PESCARA. «Non c’è ucraino che non abbia un parente o un amico ucciso da questa maledetta guerra. Abbiamo resistito, abbiamo lottato per sopravvivere in questo anno e sono sicura che con gli armamenti mandati anche dall’Italia, il nostro popolo ce la farà e la Russia sarà vinta». Ci crede fortemente a questo finale Lyudmyla Zelenska, 43 anni, da 16 a Pescara dove lavora come badante e volontaria per le associazioni che raccolgono aiuti per l’Ucraina. Nella sua Leopoli, dove la vecchia dimora costruita 600 anni fa è ancora in piedi nonostante la pioggia quotidiana di ordigni, c’è il nipotino di 5 mesi, Alessandro, l’ultimo figlio (l’altro è Maxim, 14 anni) del fratello Dimytro Loboda, vice capo del distaccamento della locale Protezione civile, e della moglie Mariia, 27 anni, titolare di una azienda di servizi. La neomamma era incinta di due mesi quando è arrivata a Pescara, sfollata da Leopoli, il 4 marzo del 2022. È rimasta ospite di Lyudmyla per quattro mesi. «Poi è voluta tornare in Ucraina per riabbracciare il marito in trincea, ma soprattutto perché voleva che il figlio nascesse in patria», racconta Myla. Che prosegue: «Dieci minuti dopo averlo dato alla luce, in ospedale, ha dovuto alzarsi dal letto perché le sirene annunciavano l’arrivo di bombe ed è dovuta scappare negli scantinati. Non ha avuto neppure il tempo di riposare». È così a Leopoli. Tutti i giorni, da un anno: «Anche l’altro nipote Maxim corre continuamente nei sotterranei appena suonano le sirene e con tutta la classe continua al buio le lezioni scolastiche».
La vita quotidiana è scandita dagli attacchi aerei: «Ero a Leopoli il 10 ottobre per il battesimo di Alessandro, ma abbiamo dovuto rinviare la cerimonia perché quel giorno sono cadute 90 bombe sulla città. Io stessa ho dovuto rinviare per tre volte un intervento chirurgico a causa dei bombardamenti. La mia gente vive nel terrore, chiusa in cantina per 6-12 ore al giorno. Ma il popolo stringe i denti e va avanti. Ci siamo quasi, sono sicura che la guerra finirà presto perché il mondo ci sta aiutando. Da Biden a Meloni, le nazioni stanno armando l’Ucraina che in questo anno ha perso tanti giovani eroi. Io sto attaccata ai social e alla tv per seguire gli eventi, nessuno fa mai la conta dei morti: 146mila secondo lo stato maggiore delle forze armate ucraine. Io mando soldi nel mio Paese per comprare alimenti e droni», va avanti Myla, «per aiutare persone che prima della guerra facevano altro nella vita, non erano mica esperti di armi o di difesa. Ho un amico di famiglia che sta facendo un corso per guidare i carrarmati per trasportare cibo e benzina dove serve. Molti sfollati a Pescara e in Abruzzo sono tornati in patria dopo l’estate. Dai russi abbiamo sopportato stupri, uccisioni e violenze. Ma ora abbiamo le armi», dice ancora Myla, «la libertà e l’indipendenza non sono più una speranza: adesso per noi sono una certezza».
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