Il modello Paesano: da dirigente di banca ad angelo dei poveri

13 Febbraio 2016

Fondatore con i francescani della mensa di San Francesco da 30 anni sfama i poveri: «Vengono anche i professionisti»

PESCARA. Da direttore di banca ad angelo custode dei poveri. Renato Paesano è il fondatore, insieme ai padri francescani conventuali operanti nella vicina parrocchia di Sant'Antonio, della mensa di San Francesco di viale Regina Margherita. Era una domenica delle Palme, quel 13 aprile 1987, quando iniziò la distribuzione dei pasti agli anziani poveri della città.

Da quel giorno di circa 30 anni fa, oltre 750 mila indigenti, di ogni nazionalità, hanno trovato cibo e rifugio spirituale nella piccola tavola calda che porta il nome del santo patrono d'Italia. Ogni giorno, a partire dalle undici e trenta fino alle tredici passate, una quarantina di volontari a turno, distribuiscono oltre un centinaio di vassoi contenenti un primo, un secondo, pane e frutta, sia a coloro che fanno la fila in strada muniti di numeretto come al supermercato per regolare l'accesso alla sala mensa, sia a quelle famiglie numerose, una decina in tutto, che vanno a ritirare i pasti in mensa.

Una fila di gente affamata, talvolta interminabile, che ha spinto gli operatori della mensa ad attivarsi per la ricerca di un locale più ampio nei pressi di piazza San Francesco.

«La mensa è sorta in questo quartiere e qui vogliamo che resti, stiamo cercando spazi più grandi per contenere la folla di bisognosi che ogni giorno si rivolge a noi per un aiuto e per una parola di conforto», commenta padre Fabrizio De Lellis, da 4 anni responsabile provinciale Abruzzo e Molise dei frati minori conventuali della chiesa di Sant'Antonio, «la mensa non è solo cibo, ma accoglienza e ascolto. Si pensa che la povertà sia appannaggio di soggetti malandati, ma anche chi viene ben vestito deve superare la vergogna di mettersi al tavolo con persone che non sempre profumano di fresco o che hanno grandi problemi di adattamento col prossimo. Noi non possiamo certo fare una selezione di chi deve entrare e chi deve restare fuori, perché la mensa è un atto di generosità come tradizione della Chiesa».

«Dei frati», spiega Paesano, napoletano di origine, ma residente a Pescara da 37 anni con la famiglia, la moglie Anna e le figlie Francesca e Simona, «è stata l'idea di realizzare la prima mensa d'Abruzzo, nata con l'obiettivo di rispondere concretamente alla fame dei poveri. Lei mi chiede se queste strutture non incentivino la povertà e io le rispondo che no, non accade, perché questo è il primo approdo di una necessità reale e noi aiutiamo persone che altrimenti non avrebbero alcun tipo di sostegno materiale». I poveri che frequentano la mensa di San Francesco hanno avuto un passato anche glorioso come professionisti e padri di famiglia, ma la vita li ha messi a dura prova, li ha piegati e qualche volta li ha annullati.

«Quando abbiamo cominciato», argomenta Paesano, nonno di 7 nipoti, «i poveri erano solo anziani e noi andavamo a distribuire i pasti caldi alla stazione centrale. C'era Pasquale, di Pescara», ricorda Paesano, arrivato da Napoli per dirigere la Banca di Roma, «che non era sposato e dormiva nei pressi dei binari. E poi, ancora, c'era un dirigente di banca romano di passaggio in città che si era rovinato al gioco e aveva perso tutto in Borsa e che noi mandavamo a dormire all'hotel Adria, negli anni 90». Una delle storie più toccanti riguarda «un barbone marchigiano abbandonato dalla famiglia e colpito da un tumore che viveva in ospedale per non morire di fame fuori. Un giorno l'ospedale fu costretto a dimetterlo e lui ci morì tra le braccia». Anche i clochard muoiono e quando accade, è necessario avere pronto un loculo per la tumulazione. Per questa ragione, Paesano e padre Fabrizio, hanno annunciato che «da due anni, grazie anche alla disponibilità del Comune, abbiamo a disposizione delle tombe con otto loculi, al cimitero dei Colli. Al momento, nessuno vi è stato sepolto». ©RIPRODUZIONE RISERVATA