Il padre di Antonello: «Amava i fuochi ma io avevo paura»

Colto da malore il papà del vigile del fuoco morto Il racconto dell’operaio sopravvissuto: sono un miracolato
TAGLIACOZZO. «Tanto lo so dove sta Antonello, io lo so». Ha gli occhi rossi e il viso contratto: è in cerca di informazioni, dettagli, conferme. Franco D’Ambrosio non sa ancora che il figlio è sotto le macerie di quelle casematte, ma quando, mercoledì, vede le prime immagini in televisione il suo pensiero vola subito ad Antonello che amava far brillare il cielo. Si precipita a Tagliacozzo e, dopo una mattinata passata a camminare lungo il perimetro della Paolelli, crolla: è partito da Broccostella, paese a due passi da Sora, per vedere con i suoi occhi quello che è successo. «Io non sapevo niente di tutto questo», sussurra con un filo di voce, «lui faceva il vigile del fuoco discontinuo tra Avezzano, Sulmona e L’Aquila. I fuochi d’artificio gli sono sempre piaciuti, aveva anche i patentini per maneggiarli. Io non volevo: gli ho sempre detto di stare lontano dai botti».
Nel 2011, Antonello D’Ambrosio si era sposato con Clelia Provenzani e aveva una bimba di un anno. Subito dopo le nozze si era trasferito a Petrella Liri, frazione di Cappadocia, e aveva aperto una piccola attività commerciale. Poi era entrato nei vigili del fuoco, ma aveva continuato a coltivare la sua devozione a Santa Barbara dai Paolelli. «Forse veniva qui quando non lavorava», continua il padre provato dal dolore, «io non lo so, non me l’aveva detto. Mercoledì, verso le 19.30, mia moglie Assunta ha visto in televisione le immagini dell’esplosione e ha chiamato mia nuora. Temevamo che ci potesse essere anche Antonello». I medici del 118, il cognato e il genero gli stanno vicino per evitare che possa sentirsi male. Poi, quando arriva Aurelio Chiariello, l’operaio che insieme a Onofrio Pasquariello è sopravvissuto alla tragedia, non regge all’emozione e corre da lui: si scambiano poche parole. Franco continua a ripetergli che è il padre di Antonello, si aspetta qualche rassicurazione anche se in cuor suo sa che non può arrivare. Aurelio lo guarda, lo accarezza e lo abbraccia e gli sussurra: «Antonello non è sceso, non è sceso». Pochi minuti, troppe emozioni che fanno alzare velocemente la pressione a Franco poi trasportato d’urgenza all’ospedale di Avezzano.
Invece, l’operaio di origini siciliane continua a guardare in silenzio la strada che conduce all’azienda Paolelli, poi, racconta: «Sono un miracolato, veramente un miracolato. Mi viene da urlare ora più di prima. Non mi ricordo nulla di quello che è successo, nulla».
Non si vedono invece i genitori di Valerio, Sergio e Lorenza Paolelli, e la sorella Sabrina: sono chiusi in casa, stretti nel loro dolore. In paese tutti conoscono Valerio, ma pochi lo frequentavano. Le sue giornate le trascorreva in azienda a maneggiare gli esplosivi. Appena poteva scappava dalla fidanzata Alessandra e poi via a sparare di nuovo forme, scritte e giochi di luce.
Decine i messaggi di cordoglio sui siti internet degli appassionati di pirotecnica. Una famiglia distrutta anche quella di Tonino Morsari, figlio di sparatori, che da poco aveva lasciato l’azienda di Rieti e lavorava a Tagliacozzo, per poi la sera tornare sempre dalla moglie e dalla figlia ora in lacrime per la sua morte.
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