Il papà in cella: così ho ucciso mio figlio

Il padre omicida confessa ancora davanti al gip: il piccolo Maxim poteva subire una tortura e l’ho strangolato con le mie mani
PESCARA. «Ho ucciso mio figlio, Maxim, con le mie mani: una sul naso, l’altra sulla bocca». È un racconto che va dall’assenza di emozioni a un crescendo delirante quello reso ieri, nel carcere di San Donato, da Massimo Maravalle, perito informatico di 47 anni che, nella notte tra giovedì e venerdì scorso, ha soffocato il figlio adottivo di 5 anni, arrivato dalla Siberia nel 2012. Davanti al pm Andrea Papalia e al gip Gianluca Sarandrea, Maravalle, affetto da disturbo psicotico atipico e in cura da uno psichiatra da 8 anni, ha ripercorso in meno di mezzora la notte di follia nell’appartamento di via Petrarca, pieno centro di Pescara. Lo ha fatto senza versare una lacrima: durante l’interrogatorio di garanzia, Maravalle ha detto di essersi sentito al centro di un «complotto» e di aver ucciso il bambino quasi per proteggerlo da «tortura»: è in questo frangente che la ricostruzione si distacca dalla cruda realtà e diventa un racconto dell’assurdo. Rispetto alle prime dichiarazioni rese a caldo, Maravalle ha escluso di aver usato un cuscino per soffocare il bambino e ha parlato per la prima volta del «complotto».
«Il mio assistito», ha detto al termine dell’interrogatorio l’avvocato Alfredo Forcillo, difensore di Maravalle da ieri insieme a un altro legale, Giuliano Milia, «ha di nuovo confessato di aver ucciso lui stesso il figlio, forse per un delirio riconducibile alla sua malattia che era ben controllata fino a quando ha preso i farmaci». Maravalle ha detto di aver smesso di prendere i farmaci e di non averlo detto a nessuno, neanche alla moglie, l’avvocato Patrizia Silvestri: «Medicinali», ha spiegato Forcillo, «che poi ha smesso di prendere autonomamente e senza dire niente a nessuno perché questi farmaci lo indebolivano e lo facevano stare male. Una volta che ha smesso di prenderli, non ha saputo più gestire i pensieri deliranti che gli facevano ritenere che ci fosse un complotto che poteva provocare al figlio tortura e dolore». Ma il ricordo, ha sottolineato il legale, «è lucido fino a un certo punto: non ricorda con precisione quello che è accaduto».
Intanto, il Tribunale dei minori dell’Aquila ha inviato, per posta, gli atti dell’adozione del bambino alla procura di Pescara: «L’adozione», ha aggiunto il legale di Maravalle, «mi risulta regolare».
Il giudice ha convalidato l’arresto di Maravalle, che resta in carcere, e ha fissato al prossimo 24 luglio il conferimento dell’incarico per l’incidente probatorio, un modo per salvare le dichiarazioni del papà omicida e utilizzarle, poi, nel processo. Maravalle è in cella insieme a un altro detenuto ed è sorvegliato a vista, per due motivi: la legge non scritta del carcere non tollera atti di violenza contro i bambini e poi c’è il rischio di un suicidio una volta presa coscienza del gesto.
Saranno gli specialisti della mente a tentare di trovare i motivi della tragedia: «Tutti abbiamo l’intenzione di capire se ci sono responsabilità penali», ha detto l’avvocato, «anche la Russia ha aperto un’inchiesta? Bene: tutti hanno diritto di sapere come sono andate le cose».
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