Il Parco della Maiella riparte da borghi e sentieri

12 Maggio 2020

Il direttore Luciano Di Martino fa il punto dopo la chiusura imposta dal Covid «Tanto lavoro sui social per pubblicizzare le zone più belle dell’area protetta»

POPOLI. Il lockdown imposto dalla pandemia da Covid-19 è stato applicato dalla direzione dell'ente Parco nazionale della Majella, con la chiusura degli spazi pubblici e i centri visita agli avventori, e la misura è servita comunque, agli operatori, per continuare a lavorare, pensando alla candidatura a geoparco arrivata dall'Unesco.
Una qualificazione che tiene conto delle variegate caratteristiche ambientali del territorio parchivo, con il suo substrato costituito da roccia calcarea con strati profondi impermeabili, sedi di immensi acquiferi, con le sue vaste biodiveristà e il grado di tutela alle quali sono sottoposte che hanno consentito finora una conservazione quasi integrale e controllata dei biotipi locali nei tanti territori montani e vallivi.
«Un territorio che come ente pubblico amministrativo», spiega il direttore del Parco, Luciano Di Martino, «è aperto alla frequentazione degli escursionisti, con le dovute precauzioni e prescrizioni previste dal regolamento di gestione, alla quale in questi mesi di pandemia da Covid-19, che ha imposto la chiusura delle visite e delle escursioni, abbiamo cercato di ovviare, pubblicizzando le bellezze del Parco e delle sue aree più riservate e utilizzando, con trasmissioni in diretta, il network più popolare come Facebook, con l'aiuto di Maja Tv. Siamo arrivati a farne anche quattro a settimana, su monumenti, borghi, aspetti biologici. Abbiamo cercato così di coinvolgere i nostri operatori dei centri visita, la categoria sociale che risente di più, in questo momento, della impossibilità di fare escursioni in montagna». È stato di grande interesse divulgare la conoscenza di una struttura particolare del Parco Majella, la “Banca del germoplasma” delle piante rare, «una banca nata nel 2005», fa notare Di Martino, «come uno dei 18 nodi della rete italiana del germoplasma. Qui si raccolgono e si conservano semi delle specie rare e di cultivar agronomiche che, disidratati e congelati, possono rimanere vitali anche cento anni».
Ma la preoccupazione maggiore, dopo lo stop per coronavirus, è quella delle attività agricole e zootecniche tradizionali, che nel Parco si svolgono attenendosi strettamente a un disciplinare di sostenibilità, che necessitano di ripartire al più presto e a pieno ritmo per mantenere in vita esercizi economici di fondamentale importanza per i territori montani. «La concessione per l'apertura a queste attività», riprende Di Martino «è di recente istituzione: vedi il progetto “Coltiviamo la diversità” e quello degli “Allevatori della montagna madre”, come anche la rete di collaborazione fra ente Parco e agricoltori custodi e ristoratori custodi. Questi progetti costituiscono una modalità integrata di guardare alla gestione delle risorse di questo territorio. Spero», conclude il direttore, «che il futuro della programmazione agricola veda le aziende agrozootecniche come fulcro della rinascita».
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