«Il picco tra due settimane ma l’Abruzzo rischia meno»

Parla Grimaldi, primario di malattie infettive all’Aquila: «I casi che abbiamo sono importati prevalentemente dalla Lombardia, non ci sono focolai locali»
L'AQUILA. In Abruzzo l'andamento è in crescendo. Più richieste di consulenze e più ricoveri per casi sospetti di contagio da coronavirus. Il picco massimo dell'infezione è previsto, più o meno, tra due settimane. A fare un quadro dettagliato della situazione è il professor Alessandro Grimaldi, direttore dell'Unità operativa di malattie infettive del San Salvatore dell'Aquila e segretario regionale Anaao- Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri. Per accogliere i pazienti da tenere in isolamento, si sta pensando di allestire l'ospedale del G8, ma a preoccupare sono i turni pesanti a cui è sottoposto il personale sanitario. Servono rinforzi e subito.
Professore, come si presenta la situazione sul territorio regionale?
«In questo momento è impegnativa, nel senso che abbiamo un percorso in crescendo. Essendo diventati i criteri per identificare i soggetti a rischio più ampi, sono aumentate le richieste di consulenze. Rispetto a qualche giorno fa ricoveriamo più casi sospetti. All'Aquila abbiamo cinque pazienti in attesa di conferma del test, ma la situazione è work in progress. Stiamo andando verso il picco massimo dell'epidemia, che è atteso tra un paio di settimane. Poi, si spera che inizi a scendere. L'Abruzzo rischia, comunque, molto meno di altre regioni perché i casi riscontrati sono stati importati, prevalentemente dalla Lombardia. Non ci sono focolai autoctoni».
Quali misure precauzionali possono prendere i cittadini?
«Gli utenti devono fare il loro dovere: chi ha il sospetto di aver contratto una patologia compatibile con questa infezione deve avvisare il medico di famiglia o il 118, seguendo le procedure stabilite. L'invito è a non recarsi spontaneamente in pronto soccorso, per evitare di innescare una situazione di potenziale contagio, ma avvisare i numeri a disposizione che possono fornire informazioni utili. In questo periodo, inoltre, non è consigliabile frequentare posti affollati, soprattutto chiusi dove ci può essere un ricircolo maggiore di "droplets", ovvero di goccioline. All'aperto il virus si disperde facilmente».
E' consigliabile fare uso delle mascherine?
«Le deve portare il personale sanitario e chi entra in contatto con pazienti potenzialmente a rischio. E' chiaro che, in posti affollati, sono uno strumento di protezione, anche se non totale, in quanto i droplets possono arrivare anche alle congiuntive. Servirebbe un'ulteriore barriera protettiva per gli occhi».
Il Coronavirus è davvero così temibile?
«Occorre un po' di cautela, servono le dovute precauzioni, ma non bisogna aver paura. Il virus, in fondo, ha dimostrato, almeno nel nostro Paese, di essere letale soprattutto per persone che hanno altre malattie e, in genere, in età avanzata. Ci sono alcune infezioni batteriche importanti che, ancora oggi, fanno molti più morti, in un anno, di quelli che ha fatto il Coradiv-19. Anche la stessa influenza, normalmente, colpisce un numero di persone nettamente superiore. Il coronavirus, rispetto all'influenza, fa paura perché non lo conosciamo bene, ha una grande capacità di contagio e non abbiamo un vaccino. Al momento, non disponiamo di armi efficaci che ci permettono di contrastarlo: ci stiamo lavorando, ma ci vorranno dei tempi tecnici per arrivare alla soluzione. Le previsioni parlano di un anno, se non diciotto mesi per avere l'antidoto».
Il personale in servizio negli ospedali è sufficiente a far fronte all'emergenza?
«Purtroppo, negli ultimi anni il sistema sanitario italiano, che è uno dei migliori al mondo, è stato progressivamente depauperato. Sono stati tagliati in Italia più di 70mila posti letto e 760 reparti. In Abruzzo il rapporto è di quasi 3 posti letto ogni mille abitanti, contro gli otto posti letto della Germania. Mancano, secondo stime approssimative, 50mila medici e altrettanti infermieri sul territorio nazionale. Stiamo fronteggiando un'emergenza, ma la macchina regge solo perché c'è un grande spirito di abnegazione da parte del personale. Se il contagio dovesse aggravarsi o dovesse colpire gli operatori sanitari si bloccherebbe l'intera filiera. L'appello, oltre a dotarci di strutture, è ad incrementare subito le unità in servizio».
Potrebbe essere utilizzato anche l'ospedale del G8?
«All'Aquila abbiamo una struttura importante, con dieci stanze a pressione negativa e contiamo, in qualche giorno, di avere altre disponibilità di spazi per l'assistenza respiratoria. Stiamo valutando di attrezzare l'ospedale del G8, che ha 14 stanze, per eventuali casi da porre in isolamento, che possono arrivare da tutta la regione. Abbiamo chiesto alla Protezione civile una collaborazione in questo senso. Ma dobbiamo potenziale assolutamente il personale, perché i carichi di lavoro sono pesantissimi e se salta un anello della catena, si ferma tutto».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

