Il pm: Bucco ucciso dopo una lite per soldi

10 Novembre 2015

Nella richiesta di archiviazione tutti i sospetti di Varone si concentrano sul fratello di Massacese, ma le prove non ci sono

PESCARA. Ci sono le contraddizioni, tutte ricostruite, ma mancano le prove, le tracce biologiche che inchiodino l’assassino. È questo in sintesi quello che spiega il pm Gennaro Varone nella sua richiesta di archiviazione per l’omicidio di Nicola Bucco, il pescarese di 53 anni assassinato con tre coltellate nella casa a piano terra di via Leopardi il 14 novembre del 2012. Una richiesta in cui l’accusa, convinta che Bucco sia stato ucciso da qualcuno che conosceva, gira intorno alla figura di Emilio Massacese, fratello di Vittorio, il titolare del baretto del porto con cui Bucco conviveva fino alla mattina del 14 novembre, quando i due ebbero una lite. È Emilio, più che gli altri due indagati, il tunisino Amri Rafik e il teatino Giuseppe Del Rosario (scagionato sin da subito), ad attirare i sospetti del pm, sulla base dei tabulati telefonici e delle incongruenze ricostruite dalla Mobile. Ma nell’ammettere che «ogni verifica di traccia biologica che potesse legare una delle persone sospettate al luogo del delitto è stata negativa», il pm chiude la sua richiesta dicendosi però convinto che Vittorio Massacese «sappia più di quanto non abbia dichiarato ad investigatori e inquirenti». Ed è proprio da qui che la famiglia di Bucco intende ripartire, in particolare il legale del figlio e della moglie, l’avvocato Enrico Della Cagna che a giorni presenterà opposizione all’archiviazione.

La scena del crimine. Nicola Bucco viene trovato senza vita nell’appartamento alle 17,17 del 14 novembre 2012, ucciso verosimilmente tra le 14,30 e le 15,30 dopo le ferite di un coltello che non viene trovato. Al momento della scoperta del cadavere da parte di Vittorio Massacese (che dalle riprese delle telecamere appare con gli stessi vestiti prima e dopo la tragica scoperta), il fornello era acceso e la pentola sul fuoco, mentre un getto d’acqua scorreva dal rubinetto della cucina. Particolari che, secondo l’accusa, indicano che la vittima conoscesse l’aggressore che ha accolto in casa e che non abbia percepito le sue intenzioni aggressive (mancano segni di difesa).

Emilio Massacese. Le indagini si dirigono subito sulle frequentazioni quotidiane di Bucco, presenza assidua nel baretto del porto gestito da Vittorio Massacese il quale, da settembre, gli paga anche l’affitto di casa. E tra le frequentazioni di Bucco o, indirettamente, del baretto, c’è anche Emilio Massacese, fratello di Vittorio, il quale per il giorno del delitto fornisce a detta dell’accusa, «una ricostruzione dei suoi spostamenti del tutto incompatibili con le risultanze dei tabulati telefonici e dei documenti acquisiti». A cominciare dall’appuntamento dal commercialista: Emilio Massacese afferma che quel giorno era andato allo studio del commercialista per pagare l’F24 su delega del fratello Vittorio, ma dal commercialista risulta che non ci è mai andato. E ancora: «È strano», scrive il pm», «che Emilio Massacese riporti la chiamata ricevuta da P.D. (il direttore di macchina dell’ammiraglia su cui lavora ndr), due ore prima rispetto all’orario effettivo che risulta dai tabulati. «Come se avesse interesse», scrive Varone, «a darsi l’alibi di conoscere già l’omicidio (del quale P.D. gli avrebbe detto nel corso della comunicazione) al suo rientro a Pescara. «Inverosimile», secondo il pm, anche il fatto che Emilio dice di essere sulla barca ormeggiata nel porto di Pescara quando il tabulato dà la sua presenza a Francavilla alle prime ore del mattino. E ancor più strano, secondo Varone, che Massacese, pur dopo aver visionato sul proprio telefono la chiamata non risposta proveniente dal preoccupato Vittorio «non ritiene di richiamare il fratello, neppure dopo aver appreso dell’omicidio di Bucco con cui il fratello conviveva». E infine è inverosimile, per il pm, che Emilio Masssacese sia ritornato a casa verso le 17 del 14 novembre per ricaricare il telefono come da lui affermato, visto che dal tabulato risulta che in tarda mattinata, dopo le 13, lo stesso Massacese abbia abbinato la propria sim card a un altro apparecchio mobile che non poteva scaricarsi in poche ore.

Il presunto movente. In quel periodo scadeva il pagamento dei contributi Inps per la famiglia Massacese ed è possibile che Vittorio, ricevuto denaro da Emilio, l’unico ad avere un reddito fisso grazie alla pensione, l’abbia consegnata a Bucco anzichè usarlo per far fronte al debito Inps.

La lite. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, e come si evince dall’sms riportato dalla Mobile sul telefono di Vittorio Massacese, «il giorno dell’omicidio accade qualcosa che interrompe la relazione di convivenza tra Vittorio Massacese e Nicola Bucco. Un sofferto litigio da riportarsi probabilmente alle aspettative di Vittorio su cui Bucco faceva leva per spillargli denaro».

Vittorio. Come risulta dai tabulati telefonici, Vittorio va improvvisamente a casa di Bucco, scoprendone la morte («quasi presagisse qualcosa» sottolinea il pm) all’esito di una serie di chiamate non risposte rivolte a Bucco e al fratello Emilio. «Tale atteggiamento», secondo l’accusa, «fa presumere che possa essere stato messo a parte di intenzioni lesive e che questo abbia fatto salire la sua preoccupazione». Un atteggiamento psicologico che, secondo l’accusa appare aderente allo sfogo cui Vittorio si lascia andare in presenza del personale della squadra Mobile quando, a poche ore dell’omicidio afferma: «Avrei potuto fare di più».

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