Il procuratore in pensione: Pescara è come la mia casa

Massimiliano Serpi lascia il 6 settembre: «Mi sembrava di stare a Bologna»
PESCARA. Dal 6 settembre prossimo il procuratore di Pescara, Massimiliano Serpi, lascerà il servizio, con qualche mese di anticipo, per raggiunti limiti di età e tornerà nella sua amata Bologna, nella quale c'è la sua famiglia e nella quale è tornato ogni fine settimana ad eccezione della parentesi lockdown.
Era giunto a Pescara il 20 luglio del 2017 proveniente proprio da Bologna dove era procuratore aggiunto. In precedenza, era stato giudice penale e civile a Modena e aveva prestato servizio anche alla procura per i minori del capoluogo emiliano.
Procuratore, in questa seppur breve esperienza alla guida della procura di Pescara, ritiene sia cambiato qualcosa in particolare nel rapporto tra politica e pubblica amministrazione?
«La realtà di Pescara era nuova per me e non ho parametri di paragone rispetto a prima del mio arrivo. Certo ho conosciuto gli esiti di diverse indagini e constatato una notevole attività riguardante la pubblica amministrazione. Dai tempi in cui lavoravo a Bologna quasi tutto è cambiato anche nell'operato della pubblica amministrazione che prima era collegato all'attività di partiti politici strutturati, ora invece è il singolo che si dedica alla pubblica amministrazione e alla politica: la raccolta del consenso non passa più attraverso i partiti strutturati, ma attraverso l'attività personale del politico che oggi, per acquisire consensi, corre il rischio di doversi esporre, di commettere magari illeciti penali per mantenere certe promesse elettorali. E' la forte differenza che c'è tra due epoche diverse e non penso che Pescara abbia una specificità diversa da altri territori nazionali: è cambiato per tutti il rapporto con la pubblica amministrazione».
Secondo lei, si pensa ancora che la procura sia la soluzione ai mali della politica e della vita amministrativa in generale?
«E' una contraddizione, quella di pretendere che la società trovi nel "patologo" pm il risolutore dei problemi. Non è il sistema della sorveglianza quello che conta di più. Aumentano i contagi, per attualizzare il discorso con l'emergenza Covid che stiamo vivendo, perché non c'è controllo: non c’è perché il cittadino non si comporta in maniera corretta. Prima di tutto ciascuno deve fare il proprio dovere. Il magistrato dovrebbe essere l'ultima spiaggia: quando le questioni arrivano a noi è il fallimento della società. Vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Chi come me ha vissuto questo mestiere per tantissimi anni nelle sue varie forme si rende conto che la correttezza nelle condotte non è né progredita né aumentata: non si è modificata».
Lei è giunto a Pescara nel luglio del 2017 e dunque a pochi mesi dalla tragedia di Rigopiano, dove nel crollo dell'hotel per una valanga persero la vita 29 persone. E va via quando ancora il processo non è cominciato. Al di là della vicenda penale, che cosa le lascia dentro questo dramma?
«Parlare di vicende che toccano così da vicino non solo le parti offese, che sono i superstiti e i parenti delle vittime, ma anche la sensibilità del territorio e di chi conosceva queste persone decedute, non è facile. Ho ben presente questo anche perché ho trattato situazioni quali la caduta dell'aeroplano militare sulla scuola Salvemini di Casalecchio di Reno negli anni 90 a Bologna», che provocò la morte di 12 studenti e il ferimento di 88 persone.
«E poi la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 nel processo a carico di Luigi Ciavardini (all'epoca minorenne, ndc) tenuto al tribunale per i minorenni, dove ho sostenuto l'accusa che ha portato alla condanna definitiva di Ciavardini dopo cinque processi. Quindi, su Rigopiano ritengo si possa fare solo una riflessione perché risposte non ce ne sono. E' stata una indagine complessa e difficile perché riguardava tanti piani di ipotesi di responsabilità: il governo del territorio; il governo dell'emergenza neve, e quindi cosa è stato fatto prima dell'evento; il governo dell'emergenza disastro e quindi cosa è stato fatto a disastro avvenuto. Poi si è aggiunto anche un filone che ha riguardato un presunto e sufficientemente provato depistaggio che ha riguardato la Prefettura».
«Nonostante tutto, la procura ha concluso la propria attività nel termine di legge che, per i processi così complicati, arriva fino a due anni. Il tempo attuale, purtroppo dilatato anche a causa del Covid, è il tempo del processo. Perché siamo già a processo anche se nella fase dell'udienza preliminare. Vi sono tutte le parti che discutono se andare a giudizio o scegliere eventuali riti alternativi. Certo speravo di chiudere le indagini con qualche mese di anticipo, ma non è stato possibile proprio per la vastità e pluralità dei piani di responsabilità che dovevano essere tutti coordinati tra loro perché se vi sono delle responsabilità in ordine al governo del territorio queste possono avere influenza e ricadute sulle responsabilità di coloro che nella vicenda sono intervenuti nel governo dell'emergenza neve e dell'emergenza disastro. Ora l'auspicio è che un processo così complicato veda tutti concorrere, ognuno nella giusta tutela della propria posizione, all'accertamento delle responsabilità o dell'assenza di reati, e confrontarsi nel merito del processo. Nessuna indagine è di per sé perfetta, ma strategie che portino a dilatare i tempi dell'accertamento non possono trovare, in una procura della Repubblica, nessuna sponda. Tutti i necessari approfondimenti di indagine sono stati via via fatti, non perdendo di vista l'obiettivo principale che è nell'interesse delle vittime e dei loro congiunti, nell'interesse degli stessi imputati che hanno tutto il diritto a vedere quanto prima chiarita la loro posizione, e nell'interesse della società a sapere se ci sono state responsabilità così significative che hanno concorso alla morte di queste povere persone. E' vero che c'è stato l'evento naturalistico, ma noi dibattiamo su eventuali condotte umane che hanno realizzato le condizioni per cui quelle persone sono venute tragicamente a mancare. Il punto è che i processi vorremmo si facessero sui fatti a giudizio e che si cercasse di concentrarsi su quelli e non su altro».
Ritiene che su questa inchiesta ci sia stata una eccessiva pressione, soprattutto dall'esterno?
«E' vero che Rigopiano ha comportato una nutrita serie di vicende correlate, ma un punto è certo e lo posso testimoniare non solo per me, ma anche per il collega Papalia che validissimamente ha concorso nelle indagini: la procura non ha mai perso la necessaria serenità nelle indagini e questo sta a significare operare con impegno e con la consapevolezza che ciò che a noi interessa, non è apparire sui titoli di giornale e altro, ma raggiungere risultati verificabili nelle sedi giudiziarie. Tutti gli approfondimenti che sono stati chiesti sono stati fatti: molti conclusi e molti in via di definizione».
Che cosa le lascia Pescara, dal punto di vista umano più che professionale, dopo questi tre anni?
«E' una città che non conoscevo. Una città che ho avuto modo di apprezzare così come il piacere della sua vita sociale che l'avvicina un po’ alla mia realtà di Bologna. Noi abbiamo i portici, voi il lungomare, le zone pedonali, la zona universitaria, tutte cose che portano a vivere molto fuori casa, che rende la città anche simpatica e forse anche per questo mi sono sentito più a casa di quanto sarei stato in un'altra realtà».
Che cosa farà Serpi dopo il 6 di settembre?
«Mia moglie mi dice che devo trovare qualcosa da fare perché non mi vuole in casa perché sono un maniaco dell'ordine. Io ho comunque un mio pallino», e qui torna di nuovo l'anima ambientalista del procuratore già evidenziata sulla vicenda di Bussi, «Bologna, che è la mia città e dove tornerò, è stata deturpata dal graffitismo universitario e dove in certe zone è forte il problema legato alla questione dei rifiuti. So che ci sono delle associazioni nelle quali vorrei impegnarmi, senza attività particolarmente intellettuali: concorrere, magari, nel ripulire il greto di un fiume oppure organizzarsi per ripulire un vicolo del centro storico della città. Trovo così deprimente abbrutire il posto in cui si vive. E se non ci diamo da fare noi...».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

