Il professor Floros: «Prezzi Gas in salita. Italia legata agli Usa. E senza gas russo siamo esposti»

4 Marzo 2026

Responsabile energia Centro Europa Ricerche: «Lo stoccaggio europeo è basso, la Germania è al 21%. Italia è al 46-48%, dato che ci dà margine, ma andremo comunque verso l’aumento dei prezzi»

PESCARA.

«Vedo un’Italia esposta. Ci siamo legati mani e piedi agli Stati Uniti». Così Demostenes Floros, responsabile energia del CER (Centro Europa Ricerche), che contattiamo mentre missili cadono nel Golfo Persico, mettendo a rischio uno dei nodi energetici più importanti del pianeta.

Lo Stretto di Hormuz direttore, sconosciuto ai più fino a ieri, oggi è al centro del dibattito. Il Qatar lamenta attacchi da parte dell’Iran, così come l’Arabia Saudita. Si riducono le esportazioni: petrolio ma soprattutto gas. Cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi giorni? Quanto può durare questa situazione e quanto ci vorrà per tornare alla normalità?

«Questo è l’aspetto cruciale. La questione temporale è fondamentale e va analizzata con grande attenzione. È delicato è tenere insieme l’elemento militare e quello energetico. Distinguerei tra petrolio e gas naturale liquefatto, perché osservando l’andamento dei prezzi emergono segnali non del tutto coincidenti. Anzi, direi che oggi è proprio il GNL a darci motivi di maggiore preoccupazione rispetto al petrolio. Partiamo dal greggio: l’aumento c’è stato, è significativo, ma nel momento in cui parliamo siamo attorno agli 83 dollari al barile. Non c’è stata l’impennata che qualcuno temeva. Questo però non significa che, se il conflitto dovesse protrarsi per settimane, non si possa arrivare anche a superare i 100 dollari. Alcune stime – penso a JPMorgan – parlano addirittura di 120 dollari al barile nel caso in cui la situazione militare restasse aperta».

E il gas?

«Diverso il discorso per il GNL. Alla riapertura dei mercati abbiamo registrato al TTF, il riferimento europeo, aumenti complessivi fino al 70% tra lunedì e martedì. L’incremento è stato molto significativo ed è riconducibile alla chiusura del complesso di Ras Laffan in Qatar, uno dei principali esportatori mondiali di GNL insieme agli Stati Uniti. Il gas qatariota viaggia su navi metaniere che devono attraversare proprio lo Stretto di Hormuz per raggiungere Europa e Asia. Parliamo di circa il 20% delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto: è evidente che l’impatto sia enorme».

Arriviamo all’Italia: qual è la situazione per noi?

«Nel 2024 il Qatar era il primo fornitore di GNL per l’Italia, con circa l’11% dei nostri consumi. Nel 2025 è stato superato dagli Stati Uniti, che oggi rappresentano il principale fornitore. Dopo l’abbandono del gas russo, ci siamo legati mani e piedi al GNL americano. Nel brevissimo periodo – parliamo di giorni o poche settimane – l’interruzione del flusso qatariota non è drammatica, perché molte navi dirette verso l’Italia sono già partite e si trovano fuori dallo Stretto. Il problema emergerà quando dovremo riempire gli stoccaggi, sia in termini quantitativi sia di prezzo».

Non benissimo mi pare.

«C’è però un elemento relativamente positivo: mentre la media europea degli stoccaggi è molto bassa – la Germania è attorno al 21%, un dato grave – l’Italia è al 46-48%. Questo ci dà margine. Ma attenzione: andremo comunque ad acquistare gas a prezzi molto più alti. E qui inserisco un punto che spesso non viene sottolineato».

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