Il questore in pensione: i miei 38 anni in polizia, volevano uccidermi

31 Gennaio 2024

Ultimo giorno di lavoro per Liguori: «Torno a Cosenza dai miei animali» Il viaggio nei ricordi: «Quando il complice di Vallanzasca mi ha sparato»

PESCARA. Oggi è l’ultimo giorno di lavoro per il questore Luigi Liguori. Ieri, in questura, l’abbraccio dei poliziotti per festeggiare 38 anni in prima linea: «Liguori è un uomo coraggioso ma soprattutto inattaccabile, onesto e incorruttibile, qualità che gli permettono ora di uscire di scena a testa alta», questo il saluto letto dal vicario Pasquale Sorgonà. Al posto di Liguori, da domani ci sarà Carlo Solimene.
In pensione dopo 38 anni di lavoro, farà davvero il pensionato?
«Lo farò perché lo sono, però, proverò a collaborare con l’università della Calabria per la criminologia e le scienze dell’investigazione. Ma tornerò davvero in campagna con le mie capre tibetane, le galline e le oche: tornerò a vivere nella casa di quando ero bambino, in provincia di Cosenza, un po’ come il ragazzo della via Gluck ma più fortunato perché quella casa c’è ancora. La lasciai a 9 anni e mezzo per andare a studiare in seminario: fu un trauma separarmi dai miei genitori ma la mia era una famiglia povera. E adesso dico che l’importante non è arrivare ma essere: i traguardi sono effimeri».
Se lo ricorda il suo primo giorno in polizia?
«Finito il corso tra Roma, Abbasanta in Sardegna e Brescia, andai a Genova: il primo giorno mi mandarono nel reparto Mobile di Bolzaneto. Volevo un incarico operativo e mi fecero responsabile della mensa. Però, dopo 6 mesi, ero già in questura a Genova».
Perché è entrato in polizia?
«Mi sono laureato in legge all’università di Napoli a 23 anni: venivo da una famiglia povera e dovevo scegliere se fare il concorso da magistrato o per la polizia; l’avvocatura non era il massimo della sicurezza per me. Ho vinto il concorso in polizia e, dal primo giorno, me ne sono innamorato».
Quindi, lo rifarebbe a occhi chiusi?
«Cento volte: sono nato per la polizia. Noi siamo al servizio dei cittadini e ce l’abbiamo nel sangue. Tanti aiutano gli altri per beneficenza, noi siamo anche pagati per questo. Sono fortunato: nella mia carriera ho fatto il poliziotto».
E che significa fare il poliziotto?
«Un giorno stavo quasi era essere ammazzato».
E com’è andata quel giorno?
«Ero a capo dell’antidroga a Genova e un mio uomo aveva avuto la soffiata di un carico di cocaina su una Lancia Thema in arrivo da Milano. Dopo una mattina di appostamento a Milano senza esito, quando stavamo per tornare a Genova, passa una Thema e io e il mio assistente la seguiamo fino alla zona dei Navigli quando entra in un cortile privato. Lui va verso l’autista e io verso il passeggero, spiego a quell’uomo con un impermeabile scuro che è un normale controllo ma lui mi sembra spaventato, scende e si allontana a passo veloce. Mentre lo fermo prendendogli una spalla con la mano destra, estrae un revolver: per fortuna con la mano sinistra devio il colpo e sono ancora vivo».
E chi era?
«Osvaldo Monopoli, “il re della Comasina”, latitante della banda di Vallanzasca: ho catturato un latitante di quel livello e, a Milano, all’epoca c’era uno come Achille Serra, si erano addirittura arrabbiati con me per quell’operazione fuori zona».
Se dovesse scegliere un altro momento per raccontare questi 38 anni, quale sceglierebbe?
«Ho guidato il commissariato di Bitonto e lì mi hanno messo una bomba e incendiato due auto di servizio. Ma lì ho fatto il primo divieto di funerali della Puglia. E poi il giorno in cui morì Paolo Borsellino, mi chiamarono per andare alla Dia: la sera vennero i carabinieri a casa per dirmi che sarei andato a Bari già dal giorno successivo. Alla Dia, in quel periodo, c’erano i migliori d’Italia: è stato un orgoglio, ci ho passato 10 anni».
Di Pescara che ricordo le resterà?
«Quando sono arrivato, era una città un po’ rissosa, soprattutto con gli zingari. Sono stato tra i primi a puntare sulle operazioni Alto impatto per riportare la sicurezza. E poi, durante l’emergenza Covid, ho aperto il centro vaccinazione alla scuola di polizia vaccinando più di duemila persone e questo ha avvicinato l’istituzione ai cittadini. Poi ricorderò il tentato omicidio di Yelfry in piazza Salotto e l’omicidio Albi sulla strada parco: siamo riusciti a risolvere questi due casi che avevano provocato sgomento in città».
Lascia una città più sicura?
«Pescara è più vivibile, lo dice anche la classifica del Sole 24 Ore. Poi, c’è sempre chi grida al lupo al lupo senza motivo ma bisognerebbe evitare le strumentalizzazioni politiche. Qui, bisogna stare attenti alle case popolari, perché sono luogo di spaccio: i rom ci mettono addirittura le telecamere e le cancellate».
I documenti dicono anche che Pescara è esposta al rischio di infiltrazioni: come ci si può difendere?
«Qui c’è la criminalità autoctona e, poi, per vicinanza geografica, anche malavita pugliese, camorra e ’ndrangheta. Bisogna stare attenti. Dico solo che se avevamo la criminalità che voleva costruire addirittura un albergo galleggiante, com’è possibile che nessuno si chiedesse chi fosse questa gente? Le istituzioni devono essere attente».