Intervista

Il racconto dell’investigatore che catturò Ciarelli dopo la latitanza: «L’omicidio Rigante fu il culmine dell’odio tra rom e ultrà prima alleati»

3 Luglio 2026

Prima della spedizione punitiva, il pestaggio a Pescara vecchia  e una rissa con la molotov

PESCARA

Era il 5 maggio del 2012 quando Nicolino Sciolè andò ad arrestare Massimo Ciarelli per l’omicidio di Domenico Rigante. Ciarelli, all’epoca 29enne, si consegnò alla squadra Mobile dopo quattro giorni di latitanza. «Conoscevo tutta la famiglia, avevo fatto indagini su tutti, e proprio conoscendo il mio modo di fare, il mio modo leale, mi chiamarono personalmente i suoi familiari dicendomi che Massimo si voleva consegnare. Si vuole consegnare ma a condizione che vai a prenderlo tu». E così avvenne. In un’area di servizio dell’A14. Sciolè, investigatore della squadra Mobile di Pescara oggi in pensione, è la memoria storica della città quando si parla di fatti e protagonisti degli ultimi quarant’anni e più di cronaca nera.

Sciolè, che ricorda di quel 5 maggio?

«Ricevetti la telefonata dai parenti di Massimo credo quella mattina stessa. E partii subito. Con me vennero il questore Paolo Passamonti e i colleghi della polizia scientifica».

Perché chiesero proprio di lei?

«Per loro era una sorta di garanzia, ero conosciuto per essere di parola».

E dove si fece trovare lui?

«Lungo l’autostrada, in zona Vasto».

È lì che aveva passato quei giorni di latitanza, nel Vastese?

«I primi giorni a Montesilvano, poi forse lì».

Nella foto si vede che vi parlate, cosa vi state dicendo?

«La prima cosa che fece fu quella di togliersi la maglietta».

Perché?

«Per farmi vedere la schiena completamente coperta da lividi e con i segni di un morso ancora vivo. Mi voleva mostrare che era stato picchiato selvaggiamente nei giorni prima dell’omicidio, a detta sua dagli ultrà con i tifosi della Lanerossi Vicenza con cui erano gemellati i biancazzurri. Mi disse che gli avevano portato via anche il portafogli, mi fece vedere quelle lesioni, sulla schiena e sul torace».

E lei?
«Gli dissi che avrei documentato tutto con la Scientifica e così facemmo. Lo conoscevo da quando era piccolo Massimo, aveva dieci anni quando morì il fratello Carmine, ucciso a Civitaquana in fuga dopo un furto».

Ma dopo 14 anni dall’omicidio, si è capito da dove nascevano i rancori tra gli ultrà e i rom, sfociati con la spedizione punitiva dei Ciarelli e l’omicidio di Domenico Rigante, ucciso a soli 24 anni?

«Da quello che ricordo, prima delle botte a Ciarelli a Pescara vecchia, c’era stata una lite tra componenti ultrà e zingari, che prima erano alleati. Una rissa in un bar».

Ma per cosa?

«Ufficialmente litigarono per una multiproprietà in Spagna, ma c’era dell’altro. Per questo in via Salara vecchia i primi circondarono la macchina di uno Spinelli, gli buttarono una molotov dentro l’auto e lui si salvò solo perché fece in tempo a buttarsi fuori dalla macchina avvolta dalle fiamme. Il livello a quel punto si era già alzato».

Però fino ad allora non erano mai uscite le armi.

«Racconto un aneddoto rimasto nella storia come “il battesimo di sangue”».

Di che si tratta?

«Una cinquantina d’anni fa, parlo della vecchia generazione dei Ciarelli, i Ciarelli non erano stati invitati al battesimo di un Di Rocco, a Silvi. Loro ci andarono lo stesso, si presentarono tutti gli uomini Ciarelli. E spararono, per l’onta subìta». 

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