Il ricordo di Falvo: «I miei anni accanto al giudice Falcone»

23 Maggio 2024

La testimonianza è al centro dell’incontro con gli studenti: 32 anni dopo, ecco cosa mi è rimasto della strage di Capaci 

PESCARA. Conserva un ricordo indelebile del suo primo incontro con il giudice Giovanni Flacone. Era un giovane poliziotto ausiliario di appena 23 anni, Dario Falvo, quando fu selezionato per entrare nella scorta «su base volontaria, visto che dopo l’attentato scampato all’Addaura nessuno voleva più farlo». Oggi Falvo è sostituto commissario: 32 anni dopo la strage di Capaci è diventato testimone di quella stagione verso le giovani generazioni. Oggi è a Pescara alle ore 10 in piazza Salotto per incontrare gli studenti durante l’iniziativa “Palermo chiama l’Abruzzo risponde” organizzata dal Premio Borsellino in occasione delle celebrazioni del 32° anniversario delle stragi di Capaci e di via D’Amelio in cui persero la vita i giudici Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino e gli agenti delle loro scorte.
Che cosa le è rimasto di quegli anni al servizio del giudice Falcone?
«Porto dentro di me un segno indelebile e un dolore sicuramente gestito e metabolizzato, ma mai sopito. È il ricordo affettivo dei colleghi e dei fratelli di sangue, come ci chiamavamo allora, che oggi non ci sono più. Un legame che continua ancora oggi con coloro che sono rimasti, con i quali ci sentiamo e ci rivediamo. Io ero il più giovane, sono arrivato nell’88 a Palermo quando avevo 22 anni e sono andato via alla fine del 1992 dopo via D’Amelio quando di anni ne avevo 26 anni».
E di Falcone cosa ricorda maggiormente?
«Tante cose, ma soprattutto la sua personalità instancabile nel lavoro e la sua dedizione totale allo Stato. Era un grandissimo personaggio delle istituzioni, vero e leale, così come il giudice Borsellino».
Come avvenne il vostro primo incontro?
«Avevo 23 anni quando mi presentai per entrare nella sua scorta su base volontaria, perché dopo l’attentato fallito all’Addaura nessuno voleva più farlo. In quegli anni eravamo in 900 all’ufficio scorte di Palermo. L’iter per entrare nella scorta di Falcone non era così semplice, ma io conoscevo uno dei suoi uomini fidati, Antonio Montinaro, e fu lui a presentarmi. Quando lo incontrai avevo 23 anni, andai da lui con un altro collega. Lui mi guardò dritto negli occhi e mi disse: “Sei consapevole di quello che vieni a fare?”. Una domanda che racchiudeva tutto. Ma io ero mosso da una motivazione fortissima, sapevo di avere l’onore e il privilegio di garantire protezione, scorta e tutela alla persona giusta che meritava di essere protetta fino all’estremo sacrificio».
Cosa pensano i ragazzi di oggi di quegli anni di lotta alla mafia?
«I giovani sono il nostro futuro e la loro memoria va stimolata sempre. È necessario aggiornarli su fatti di cui a malapena i loro genitori ricordano qualcosa. Negli incontri con i ragazzi delle scuole superiori noto curiosità e interesse, fanno domande tecniche sul funzionamento delle scorte e mi chiedono spesso se avevamo paura».
E lei cosa risponde: avevate paura?
«Certo che avevamo paura. Siamo esseri umani, la paura deve esserci perché aiuta ad acuire i sensi e la percezione di cosa accade intorno. Ma la paura va gestita, la devi controllare e far diventare quasi una tua amica se vuoi fare questo lavoro. Solo avendo paura aumenta il livello di professionalità».
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