Il tempo per indossare la divisa va pagato

28 Settembre 2017

Nuova sentenza in favore degli infermieri della Asl. Ricorso proposto dalla Uil per 265 dipendenti

PESCARA. La Asl di Pescara dovrà pagare a 265 infermieri iscritti alla Uil anche il tempo impiegato, negli ultimi cinque anni, per indossare o dismettere la divisa di lavoro. E questo tempo è quantificato, in media, in dieci minuti all’inizio di ogni turno e altrettanti alla fine. Per alcuni lavoratori gli arretrati da pagare dovranno essere conteggiati dal 2004, avendo diffidato la Asl nel 2009, mentre per gli altri il conteggio scatterà dal 2009, avendo diffidato l’azienda nel 2014. In linea di massima, si può prevedere un esborso di circa un milione di euro. La decisione è del giudice del lavoro del tribunale di Pescara, Federica Colantonio, che ha accolto il ricorso presentato dai lavoratori aderenti alla Uil Fpl, rappresentati e difesi dall’avvocato Stefano Dell’Osa.
Non è la prima volta che i lavoratori della Asl si rivolgono ai giudici per vedersi riconosciuto il pagamento delle somme relative al tempo di vestizione e dismissione degli indumenti da lavoro e il tempo delle consegne, ricorda il segretario della Uil Fpl, Francesco Marcucci, ma il ricorso della Uil Fpl ha un «più elevato impatto perché riguarda il gruppo più nutrito di lavoratori che fanno a capo al sindacato con più iscritti nella Asl».
Nella sentenza si mette in evidenza, tra l’altro, che gli infermieri devono essere in reparto per l’orario previsto per l’inizio del turno con la divisa già indossata. Non potendo vestire la divisa se non cambiandosi nei locali della Asl, l’orario di lavoro risulta, in realtà, anticipato rispetto a quello di cui viene fatto decorrere dalla Asl. La stessa cosa vale per le consegne che il personale riceve e dà prima o dopo i propri turni. Si tratta, per il giudice, di adempimenti «necessariamente connessi allo svolgimento delle prestazioni lavorative e perciò riferibili ai tempi di effettiva prestazione del lavoro, e come tali retribuibili».
Al momento, sostiene il giudice, il tempo dedicato a vestirsi e svestirsi «non risulta essere stato adeguatamente retribuito». E la sentenza, sottolinea la Uil, «oltre al risarcimento per le annualità passate riconosce il diritto degli infermieri che hanno presentato ricorso a vedersi retribuito per il futuro anche il cosiddetto tempo tuta, fino a oggi riconosciuto come recupero orario».