Il terrorista di Loreto torna in aula Il papà: «Foto col fucile? Scherzava»

20 Dicembre 2021

LORETO APRUTINO. Nuova udienza, domani, davanti ai giudici della Corte d'Assise di Chieti, del processo a carico del foreign fighter abruzzese Stefano Costantini, originario di Loreto Aprutino,...

LORETO APRUTINO. Nuova udienza, domani, davanti ai giudici della Corte d'Assise di Chieti, del processo a carico del foreign fighter abruzzese Stefano Costantini, originario di Loreto Aprutino, accusato di terrorismo. Udienza importante, perché sul banco dei testimoni dovrebbe sedere la teste chiave: Giulia Weber, di origine tedesca, moglie del migliore amico di Costantini che lo portò in Siria quando non era ancora maggiorenne. La donna dovrebbe riferire del ruolo che Costantini avrebbe svolto in quei territori di guerra. Notizie apprese dal marito che gli raccontò che Costantini frequentava un campo di addestramento per attentatori suicidi, e del kalashnikov che aveva sempre con sé.
E su una foto che ritraeva l’imputato con quel mitragliatore, l’accusa ha puntato molto nella precedente udienza. Anche quando il pm chiede notizie di quella foto al padre di Stefano. «Come mai suo figlio ha in mano un kalashnikov?». E Maurizio Costantini: «Una foto fatta così, per scherzo. Come mi ha raccontato lui quando me la inviò via Wp, quel kalashnikov era del proprietario della casa che gli aveva affittato una camera». Il padre, con la sua testimonianza ripercorre le tappe di quel periodo, fino a quando Stefano partì all’improvviso per la Siria dopo essersi convertito all’islam. Riferisce della sua passione per il pugilato, che il suo idolo era Muhammad Alì e del fatto che era andato in quei luoghi per aiutare il prossimo: argomenti sollecitati anche dal difensore di Stefano, l’avvocato Massimo Solari.
Ma il teste importante dell’accusa, nell’udienza scorsa, è stato il commissario della Digos Giuliano Palazzo. L'investigatore, che prese contatto con Stefano, alla Corte ha prima fatto un quadro dettagliato di quelle zone di guerra e dei gruppi terroristici presenti, per poi parlare del ruolo di Costantini, che si presume abbia fatto parte di un’organizzazione terroristica vicina a Al Queda, partecipando a combattimenti tra la Siria e l’Iraq, fra le fila dell’associazione di matrice islamica quale Jabhat Al Nusra, svolgendo attività di proselitismo sui social con il nome di Malahim Stefano. E l’investigatore parte da un documento estrapolato da Facebook, profilo dove era riconoscibile tutta la famiglia di Stefano: «Questo documento», disse alla Corte, «è molto importante. Voi spesso avete sentito parlare delle dichiarazioni di appartenenza fatte dando pubblicità sul proprio profilo. Ebbene Costantini in quel documento, pubblicando gli scritti di Al Zawahiri, che seguono altri post relativi all’avanzamento del Fronte Al Nusra, fa una sorta di dichiarazione pubblica di appartenenza». Poi l'investigatore parla di come iniziò l'indagine. «A fine ottobre 2014 ricevemmo dal servizio terrorismo una segnalazione che proveniva dalla polizia svizzera su questo ragazzo». E spiega il significato del nome di battaglia di Stefano: «Malahim indica “il giorno del giudizio”, in cui ci sarà una battaglia finale fra il bene e il male nell’escatologia islamica, che porterà poi alla fine del mondo».
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