Il tetto agli stipendi dei dirigenti è un caso

Ripristinato dal governo dopo che la commissione presieduta da D’Alfonso aveva dato l’ok alla deroga
PESCARA. È stato alla fine il governo nelle ultime ore a bloccare la deroga che consentiva di superare il tetto massimo di 240mila euro per gli stipendi degli alti dirigenti pubblici e delle forze dell’ordine. Ma l’emendamento governativo approvato ieri alla Camera che spegne la deroga ha almeno due conseguenze.
La prima è tecnica: ritarda ulteriormente l’approvazione della conversione in legge del decreto Aiuti bis dopo lunghi giorni di mediazioni. Il testo, in quanto modificato dall’emendamento stesso, ora è infatti costretto a tornare al vaglio del Senato, dove sbarcherà martedì prossimo.
La seconda conseguenza è lo strascico politico della vicenda. Quello della deroga al tetto degli stipendi è infatti un vero e proprio caso, che ha tenuto banco per giorni a livello nazionale e che si sta sviluppando ancora in queste ore in una caccia “alla manina” che ha tentato di introdurla. Ed è un caso politico che parla anche abruzzese: la deroga è infatti uscita dalla commissione Finanze del Senato – riunita per l’occasione con quella Bilancio – che è guidata dal presidente Luciano D’Alfonso, senatore del Partito democratico.
La vicenda è ingarbugliata e la ricostruzione non è semplice. La deroga era inizialmente comparsa sotto forma di emendamento firmato dal senatore di forza Italia Marco Perosino, che modificava l’articolo 41 del decreto Aiuti bis. La modifica è stata poi estesa ad altre figure pubbliche, in un nuovo emendamento che inglobava quello di Perosino, sembra con l’intervento ministeriale. «Gli emendamenti che saranno posti in votazione, sia in testo originariamente proposto, che in testo da ultimo riformulato, sono il frutto di un approfondito confronto sia tra i gruppi che tra le forze politiche e il governo», ha detto D’Alfonso prima del voto del testo definitivo dell’emendamento con la deroga – che ha avuto esito poi favorevole grazie a Forza Italia e Partito democratico– da parte delle commissioni riunite Bilancio e Finanze.
Da lì la bufera. Lo stesso primo firmatario Perosino, finito nel mirino delle polemiche, ha disconosciuto l’emendamento con la deroga, spostando la responsabilità verso i tecnici del ministero e il Pd. Mentre il presidente del Consiglio Mario Draghi lasciava trapelare sorpresa e rabbia per la deroga al tetto degli stipendi. Tanto che il governo è poi intervenuto per bloccare tutto, eliminando la deroga e ripristinando il tetto di 240mila euro per i vertici pubblici.
Di D’Alfonso, tirato in ballo dallo stesso Perosino nella sua difesa, si continua a parlare sulla stampa nazionale anche in queste ore. Secondo alcune testate, a partire da Open e La Stampa, un ruolo nella stesura dell’emendamento lo avrebbe avuto anche lui da dietro le quinte. Il motivo? Per qualcuno, forse, sarebbe quello di consegnare una “polpetta avvelenata” a Perosino e Forza Italia. (l.t.)

