Il torneo dell’Epifania comincia nel ricordo dei tifosi Nino e Rocco

Allo stadio, cerimonia con i familiari dei due francavillesi I ricordi della moglie di Acerra e della sorella di Cerullo
FRANCAVILLA. Erano partiti insieme per vivere una delle esperienze più belle nella vita di un tifoso, assistere alla finale della Coppa dei Campioni. Ma all'Heysel di Bruxelles hanno trovato la morte, schiacciati dalla furia degli hooligans inglesi.
Quasi trentacinque anni dopo (l'anniversario scoccherà il prossimo 29 maggio), i francavillesi Nino Cerullo e Rocco Acerra sono stati ricordati allo stadio Valle Anzuca nel corso di una cerimonia solenne organizzata in occasione del Torneo dell'Epifania, alla presenza di una delegazione della Juventus, impegnata nella manifestazione con la formazione under 14, dell’assessore Rocco Alibertini, di don Andrea, che oltre alla celebrazione ha avuto anche il non semplice compito di spiegare ai ragazzi cosa significhi morire di calcio, e dei famigliari delle due vittime. Sono state proprio Ida Cerullo, sorella di Nino, e Loredana Rossi, moglie di Rocco, a ricevere le targhe e i fiori, oltre agli abbracci e alle parole che da quella maledetta notte del 1985 non hanno mai colmato la ferita per una perdita tanto assurda quanto dolorosa. «Ho pianto per tutta la mattinata e faccio fatica a smettere», racconta Ida Cerullo, all’epoca 24enne. Titolare di una maglieria a Pescara e tifoso interista, Nino era legatissimo all’amico Rocco, tanto da volerlo accompagnare a vedere Juventus-Liverpool: «Partirono insieme in pullman e furono i soli due a non tornare. Nino era fidanzato con una sorella di Rocco e questo aveva ancora di più cementato la loro amicizia. La sera noi eravamo davanti alla tv e poco alla volta iniziammo a renderci conto di quello che stava accadendo».
Quindi prosegue: «Telefonammo alla Farnesina, ma i nomi dei nostri cari non risultavano né nella lista dei morti né in quella dei dispersi. Solo la mattina seguente appresi la notizia del decesso di mio fratello da un elenco di nomi letti durante il telegiornale».
Da qual momento qualcosa è cambiato per sempre nella vita di Ida: «Il tempo non riuscirà mai a rimarginare la ferita. Una delle cose più tristi è sapere che una tragedia come quella non sia servita a nulla, perché ancora oggi si continua a morire per una partita di pallone». Questo è lo stesso pensiero di Loredana Rossi, moglie di Rocco Acerra, all’epoca 29 anni, impiegato alle poste: «Era la prima volta che andavano all'estero per vedere una partita. Li accompagnammo a Chieti dove presero il pullman che lì portò in Belgio. Dopo le strazianti immagini viste in televisione, io e i miei suoceri iniziammo a contattare la Farnesina, ma le linee erano intasate. A quei tempi non c'erano cellulari, social e internet: prima che partisse, chiesi a Rocco di farmi una telefonata da una cabina, ma non arrivò mai. Tuttavia, con la speranza che stesse bene, me ne andai a dormire. Fu suo padre, fornaio, a ricevere la notizia del decesso durante la notte. Ricordo che mi venne a svegliare alle 5 del mattino e mi disse che il suo nome era nella lista delle vittime. Da quel giorno, il 29 maggio di ogni anno è sempre una data particolare, anche se necessariamente bisogna essere forti e trovare la forza di andare avanti. Dispiace, tanto, sapere che nel 2020 si continui a morire per inseguire una passione che dovrebbe essere solo divertimento».
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