Il tribunale «Regolari i lavori all’ospedale»

PESCARA. «Nonostante la presenza di profili di illegittimità amministrativa negli atti posti in essere, emerge l'insufficienza della prova di tutti i reati contestati in una vicenda amministrativa...
PESCARA. «Nonostante la presenza di profili di illegittimità amministrativa negli atti posti in essere, emerge l'insufficienza della prova di tutti i reati contestati in una vicenda amministrativa sicuramente gestita, nel suo complesso, con leggerezza, ma caratterizzata dalla pervicace volontà di portare a compimento la ristrutturazione di un importante presidio di sanità, il tutto in assenza di profilo di illiceità penale».
E' la motivazione dell'assoluzione emessa dal tribunale collegiale nell'ambito del processo relativo ai lavori di ristrutturazione e messa a norma del reparto materno-infantile dell'ospedale di Pescara.
Nella vicenda erano coinvolti l'allora funzionario della Asl e responsabile unico del procedimento, Franco D'Intino, un imprenditore, il responsabile del cantiere, Giacomo Piscitelli, i due direttori dei lavori, Alfonso Colliva e Damiana Bugiani, e i professionisti Lorenzo Camplone e Rosalia Di Matteo.
Nel mirino del pm Gennaro Varone, l'appalto, vinto da un’associazione Temporanea di imprese (Ati) formata da due aziende pugliesi, la Cre Impianti Tecnologici rappresentata da Piancone e la Edilcap, relativo ai lavori il cui importo iniziale di 2milioni e 924mila euro, attraverso la perizia di variante, sarebbe aumentato fino ad arrivare alla cifra di sei milioni e 980mila euro.
«Al di là delle valutazioni di opportunità», scrive il collegio, «che hanno motivato la scelta dei pubblici amministratori (che, peraltro, non sono nemmeno imputati) di far eseguire i lavori in variante all'appaltatore originario, considerare sopravvenuta la normativa successiva al progetto ordinario, non costituisce né un mendacio né un'assurdità logica che possa far presumere di per sé un comportamento penalmente illecito».
Il tribunale ritiene poi «non particolarmente significativi gli esiti» delle intercettazioni telefoniche e ambientali «se non per il fatto che dalle stesse si possono desumere, addirittura, argomenti di prova a discarico».
Sul presunto accordo corruttivo tra Piancone e D'Intino, il collegio non ha dubbi: manca «una prova rigorosa» e non è provato «il rapporto sinallagmatico corruttivo».
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