In 7 anni meno 30% di credito alle imprese

Lo rivela uno studio della Cgia Di Mestre. E più di seimila artigiani abruzzesi hanno chiuso le botteghe
PESCARA . È crollato del 30,8%, da novembre 2011 a novembre 2018, il credito erogato alle imprese abruzzesi. Un dato che pone l’Abruzzo tre punti sopa la media italiana (al 27%), e addirittura un punto sopra la media delle regioni del sud, dove la contrazione si è attestata al 29,2%. A segnalarlo è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che ha elaborato i dati della Banca d’Italia.
In Abruzzo si è passati dai 14 miliardi e 753 milioni del 2011 ai 19 miliardi 202 milioni di novembre dell’anno scorso, pari a una diminuzione di 4 miliardi e 550 milioni.
La buona notizia, secondo la Cgia di Mestre, è che la contrazione dei prestiti bancari alle imprese, nell’ultimo anno, si è ridotta. In parole povere, le banche sono sempre prudenti, ma stanno mostrando qualche segnale in più di fiducia. Nell’ultimo anno, a livello nazionale, gli impieghi vivi (i prestiti al netto delle sofferenze) sono scesi di 4,9 miliardi di euro (-0,7 per cento). Nulla a che vedere, comunque, con quanto è accaduto negli ultimi 7 anni. Dal novembre 2011 (anno di picco massimo delle erogazioni bancarie alle imprese) allo stesso mese del 2018, la diminuzione è stata del 27%: in termini assoluti si conta una riduzione di impieghi vivi per 252,8 miliardi di euro.
Nell’ultimo anno, tuttavia, in alcune regioni, come la Lombardia e il Piemonte, i prestiti sono tornati con il segno positivo. E questo lascia presagire che il peggio, probabilmente, sia alle nostre spalle.
«È vero», dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo, «che la domanda di credito da parte delle imprese è diminuita sia in termini di qualità che di quantità. Inoltre, non va nemmeno dimenticato che le sofferenze bancarie hanno assunto dimensioni preoccupanti inducendo molte banche a chiudere i rubinetti del credito, o a concedere i prestiti a condizioni più rigide. Tuttavia, la contrazione registrata in questi ultimi anni è stata eccessiva, soprattutto nei confronti delle piccole realtà produttive che, tradizionalmente più solvibili delle altre imprese, sono state, invece, le più penalizzate».
Ne sanno qualcosa le imprese artigiane. Secondo un altro report dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, infatti, nell’arco di 9 anni (dal 2009 al 2018) in Italia sono sparite 165.598 imprese (l’11.3%, di cui 16.337 nell’ultimo anno). In Abruzzo le imprese artigiane che hanno chiuso i battenti, sempre secondo la Cgia di Mestre, nello stesso arco temporale di 9 anni sono scomparse 6.220 imprese (il 17,2%). A insidiarci il non invidiabile record è solo la Sardegna, che ne ha perse il 18%. Tra il 2017 e il 2018 in Abruzzo 555 artigiani hanno chiuso la bottega.
Al 31 dicembre scorso, invece, il numero totale delle imprese artigiane attive in Italia si è attestato poco sopra 1.300.000 unità. Di queste, il 37,7% nell’edilizia, il 33,2% nei servizi, il 22,9% opera nel settore produttivo e il 6,2% nei trasporti.
A spiegare quali sono le ragioni di questa moria è sempre Zabeo. «La caduta dei consumi delle famiglie e la loro lenta ripresa, l’aumento della pressione fiscale e l’esplosione del costo degli affitti hanno spinto fuori mercato molte attività, senza contare che l’avvento delle nuove tecnologie e delle produzioni in serie hanno relegato in posizioni di marginalità molte professioni caratterizzate da un’elevata capacità manuale. Ma oltre al danno economico causato da queste chiusure, c’è anche un aspetto sociale molto preoccupante da segnalare. Quando chiude definitivamente la saracinesca una bottega artigiana, si perdono conoscenze e cultura del lavoro difficilmente recuperabili e la qualità della vita di quel quartiere peggiora notevolmente. Altresì, c’è meno sicurezza, più degrado e il rischio di un concreto impoverimento del tessuto sociale». A livello territoriale è il Mezzogiorno la macro area dove la caduta è stata maggiore. (a.bag.)

