In Abruzzo 5.000 rom, la metà solo a Pescara
Accanto a chi ha studiato per affermarsi nella vita c’è anche chi ha scelto spaccio di droga e usura
PESCARA . Un censimento è impossibile, anche perché questa parola riaprirebbe vecchie ferite in un Paese, l’Italia, che soltanto nel 2009 ha commemorato il “Porrajmos”, l’Olocausto di rom, sinti e camminanti, portato a termine con feroce pianificazione dai nazisti. In Italia, tuttavia, si calcola che i rom attualmente soggiornanti rappresentino una popolazione di 150-170mila persone. Di queste, secondo una stima approssimativa di qualche anno fa de Il Sole 24 Ore, circa 5mila vivrebbero in Abruzzo, e 2000 a Pescara. Il condizionale è d’obbligo, dal momento che nella nostra regione non esistono campi, e soprattutto, negli uffici anagrafici dei Comuni non si tiene giustamente conto delle origini etniche degli iscritti, circostanza, questa, che sarebbe oltremodo discriminante nei confronti di qualsiasi cittadino. In origine, i rom abruzzesi facevano i calderai, fabbri specializzati nella costruzione e riparazione dei grandi recipienti di rame tipici della tradizione contadina, ma la loro occupazione preferita era l’allevamento dei cavalli. Usi e costumi che con il passare del tempo hanno ceduto il passo ad altre occupazioni. Generalizzare sarebbe ingiusto e sbagliato. A fronte di una parte della popolazione che ha scelto la strada della criminalità, ce n’è un’altra che si è integrata nella società in cui ha deciso di vivere, studiando e raggiungendo traguardi di tutto rispetto. Nel Pescarese, le famiglie “storiche” sono rappresentate dai Bevilacqua, i Ciarelli, gli Spinelli, i Di Rocco e i Guarnieri. Sono abbastanza frequenti i casi di cronaca che li hanno visti protagonisti negli ultimi anni: omicidi, spaccio di droga, usura, riciclaggio. Risale allo scorso aprile la sentenza della Corte di Cassazione che ha rinviato gli atti alla Corte d’appello di Perugia affinché riformuli l’accusa nei confronti di Massimo Ciarelli, che in primo e secondo grado era stato condannato a 30 anni di reclusione per l’omicidio dell’ultrà biancazzurro Domenico Rigante, avvenuto nel 2012. Secondo la Suprema Corte non vi sarebbe stata premeditazione. Pene confermate, invece, per Luigi Ciarelli, condannato a 16 anni di reclusione, e per Domenico, Angelo e Antonio Ciarelli, condannati a 13 anni di carcere ciascuno per omicidio volontario. Lo scorso novembre, invece, cinque persone erano state arrestate dalla Guardia di Finanza per motivi di droga. Secondo gli investigatori il traffico fruttava circa 100mila euro al mese. Tra gli arrestati i coniugi pescaresi Sante Morelli, 58 anni, e sua moglie Rosa Bevilacqua di 55 anni. L'operazione della Finanza era stata denominata "Paccotto", come il soprannome di Sante Morelli. Per non parlare dei sequestri milionari, che si sono succeduti nel tempo, a carico delle varie famiglie. Denaro, e case milionarie, di cui non sono ancora riusciti a spiegare la provenienza. (a.bag.)
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