In carcere un detenuto su due è malato 

Dossier choc consegnato al ministro dal Sindacato polizia penitenziaria: da noi 4.695 reclusi hanno patologie gravi

PESCARA. Due detenuti su tre sono malati. A livello nazionale, tra i 25mila e i 35mila sono affetti da Epatite C, in aumento Hiv positivi (6.500) e tubercolosi, almeno un migliaio i detenuti con problemi mentali nelle celle di istituti normali e 1.200 in istituti specifici. In Abruzzo (vedi la tabella) sono 4.695 i reclusi con patologie, tra queste spiccano, oltre ai 765 casi di tossicodipendenza, i quasi 400 casi di epatite e gli oltre 200 di disturbi psichiatrici. Sono i i dati choc del dossier che il Sindacato Polizia Penitenziaria ha consegnato ieri nell'incontro al Ministero della Salute. Eccoli nel dettaglio.
L’EPATITE C. È tuttora l'infezione maggiormente presente nella popolazione detenuta anche a causa dell'alta percentuale di tossicodipendenti (un terzo del totale). Tra il 25 e il 35% dei detenuti nelle carceri sono affetti da epatite C: si tratta di una forbice compresa tra i 25mila e i 35mila detenuti all'anno. A questi vanno aggiunti 6.500 portatori attivi del virus dell'epatite B. Molti istituti italiani si stanno attenendo sempre di più alle indicazioni ministeriali, per raggiungere l’obiettivo dell’assenza di nuove infezioni entro il 2030.
HIV IN CARCERE. I positivi all’Aids sono circa 5.000. Secondo dati più aggiornati l’assunzione dei farmaci antiretrovirali ha ridotto in maniera notevole la trasmissione del virus anche in presenza di comportamenti a rischio. Infatti, la prevalenza di detenuti Hiv positivi è scesa dall’8,1% del 2003 all’1,9% attuale. Questo avviene in modo particolare tra i tossicodipendenti.
«Questi dati», riferisce Sergio Babudieri, direttore scientifico Simspe, «indicano chiaramente che, nonostante i comportamenti a rischio come lo scambio delle siringhe e i tatuaggi non siano diminuiti, la circolazione di Hiv non avviene più perché assente dal sangue dei positivi in terapia antivirale». Questi farmaci non sono in grado di eradicare l’infezione ma solo di bloccarla. Di fatto con l'aderenza alle terapie viene impedita l'infezione di nuovi pazienti.
TUBERCOLOSI. Risulta dai dati ufficiali del Ministero della Giustizia che un terzo della popolazione sia straniera e, con il collasso di sistemi sanitari esteri e il movimento delle persone, si riscontrano nelle carceri tassi di tubercolosi latente molto più alti rispetto alla popolazione generale. Se in Italia si stima un tasso di portatori non malati pari all’1-2%, nelle strutture penitenziarie sono stati rilevati il 25-30%, che vanno oltre il 50% se consideriamo solo la popolazione straniera. Dunque un detenuto su due risulta essere tubercolino positivo e questo sottintende una maggiore circolazione del bacillo tubercolare in questo ambito. «È quindi indispensabile effettuare controlli estesi in questa popolazione, perché il rischio che si possano sviluppare dei ceppi multi resistenti è molto alto, con conseguente aumento della letalità nei pazienti in cui la malattia si sviluppa in modo conclamato», si legge sul dossier. Un caso emblematico è accaduto a Pavia dove tutti gli agenti di polizia penitenziaria hanno dovuto fare il test di Mantoux per l’infezione della tubercolosi latente: non si trattava di negligenza o incuria, ma di mancanza di tempo del medico di turno troppo oberato di lavoro. Così un detenuto con tubercolosi attiva prima di essere isolato, ha avuto modo di girare per il carcere col rischio di infettare altre persone.
PSICHIATRICI. Ci sono almeno un migliaio di detenuti con problemi mentali nelle celle in istituti normali e 1.200 in istituti specifici. Il 4% dei detenuti è affetto da disturbi psicotici, contro l’1% della popolazione generale. La depressione colpisce il 10% dei reclusi, mentre il 65% convive con un disturbo della personalità.
Significativa, inoltre, la percentuale di popolazione carceraria che soffre di disturbo da stress post-traumatico, con particolare riferimento ai detenuti migranti: si va dal 4 al 20 per cento.
L’EMERGENZA SUICIDI. In carcere è la conseguenza quasi sempre di uno stupro subito ed è collegata alla malattia mentale. «Il problema è molto delicato», spiega Enrico Zanalda, presidente della Società italiana di psichiatria, «sicuramente il tasso di disturbi psichici in carcere è molto elevato perché legato alla condizione di detenzione».
CARENZA DI PERSONALE. I medici nelle carceri sono sempre meno. Ogni duecento pazienti detenuti dovrebbe esserci un medico, mentre l’incolumità professionale non è garantita perché esistono turni di lavoro insostenibili. In media i medici fanno 70 visite giornaliere, a cui si aggiungono controlli e dimissioni.
«Questi dati», commenta Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria, «sono allarmanti e mettono a rischio la salute dei detenuti e del personale penitenziario. Il carcere è territorio tra infettivologia e psichiatria con i continui casi di suicidio ed autolesionismo. È indispensabile per queste categorie di detenuti una carcerazione diversa in strutture specifiche che si occupino di curare prima di ogni cosa. Non si può sottovalutare», conclude, «che la situazione in tutte le carceri è diventata esasperante per il personale che, per il sistema “celle aperte”, non è in grado svolgere il proprio lavoro e non ha alcuno strumento di prevenzione per la salute».