«In fuga con la mia piccola appena nata»

La storia di Marina scappata dalle bombe con la figlia di 2 mesi, è arrivata a Pescara con 50 profughi
PESCARA. La piccola Valeria ha solo due mesi e dorme tra le braccia di mamma Marina, 26 anni, archeologa, scappata dalle bombe di Boryspil, vicino Kiev, dove ha lasciato il marito Ivan, steward di una compagnia aerea, a «combattere per il Paese e difendere la loro casa dagli sciacalli». Oggi la bimba è in salvo, a Pescara, accolta dai nonni Giuseppe e Rosanna Renzetti, che hanno gli occhi lucidi «per l'emozione e la gioia» e dalla cuginetta Licia di 7 anni. Con l' amica Oliona, madre del piccolo Orest di un anno e mezzo, Marina e sua figlia neonata hanno attraversato tre confini europei per mettersi in salvo. Fanno parte del gruppo di oltre 50 profughi arrivati ieri all'ex stazione di Porta Nuova (dove hanno fatto i tamponi anti Covid) e dislocati dalla Protezione civile, coordinata dall'assessore Eugenio Seccia e dal responsabile della Funzione 3, Gianni D'Alessandro, nei 4 alberghi convenzionati col Comune. L'amministrazione ha da poco aperto il centro di coordinamento provinciale per l'accoglienza ai profughi e il sindaco Carlo Masci esorta i paesi del territorio «a fare la propria parte». Marina e la bimba staranno dai genitori, Giuseppe e Rosanna (di origini ucraine) che ieri non stavano nella pelle: «Abbiamo vissuto due settimane da incubo sapendoli sotto le bombe, oggi abbiamo il cuore gonfio di gioia. Vorremmo non andassero mai via, ma Marina ama il suo Paese». Le due mamme sono partite mercoledì dalla stazione ferroviaria di Kiev, 16 chilometri da casa (il vicino aeroporto è stato distrutto), dirette a Leopoli: «Mai dimenticherò i volti addolorati e sconvolti delle famiglie che si separavano», racconta Marina che parla italiano perché 10 anni fa studiò al liceo classico D'annunzio, «e gli uomini che spingevano le loro donne nel treno affinché non lo perdessero. Mio marito correva e mi sorreggeva, temeva che potessi cadere con la bimba in braccio. E pensare che avevamo preparato le valigie per scappare insieme il 24 febbraio, quando abbiamo sentito le prime bombe alle 5 del mattino. Abbiamo avuto tanta paura e l'addio è stato straziante». Alla dogana slovacca «ci hanno rifocillati, regalato i pannolini e giochi per i bimbi, i volontari sono stati tanto affettuosi con noi». Dopo altri due giorni di viaggio sfiancante, l'arrivo due sere fa a Pescara «la mia seconda casa». Gli occhi si inumidiscono: «Valeria crescerà qui, ma finita la guerra la riporterò dal suo papà». (c.co)

