In fuga dall’asilo bombardato «Io e mia figlia accolte da voi»

Katya e la sua Alina salve dall’inferno di Kharkhiv. Mamma coraggio racconta come ha fatto
Da due giorni sono in salvo, accolte dalla comunità ucraina di Alba Adriatica. Ma Katya e Alina, mamma di 32 anni e figlia di 6 fuggite dall’inferno di Kharkhiv, una delle città ucraine più martoriate dalla guerra, ancora sobbalzano impaurite al minimo rumore. Il clacson di un’auto che passa sotto alla finestra. Il portone della casa che le accoglie che si apre. Per far piangere Alina basta persino lo scatto che fa la caldaia quando si attiva per scaldare l’acqua. Un costante stato di allerta. Un trauma provocato dalle esplosioni continue sopra alle loro teste mentre erano nel bunker e dall’eco martellante dell’artiglieria tra le vie della città. Quelle stesse bombe che hanno colpito anche l’asilo che frequentava la bimba e che potevano compiere un’altra strage nel dramma della guerra.
In realtà non si chiamano Katya e Alina. Sono nomi di fantasia scelti dalla mamma, che in Ucraina era un avvocato, per proteggere sé stessa e sua figlia. Ringrazia il paese che li sta ospitando, ma non capisce la lingua e ed è ancora spaventata. Ha comunque deciso di testimoniare, tramite il Centro, quello che ha vissuto nei giorni di guerra e durante la fuga e quello che sta vivendo adesso che è in salvo. Ma premette: «Mi sento perduta per aver lasciato lì mio marito e mi sento in colpa per essere andata via dall’Ucraina. É come se avessi disertato. Sono qui solo per mia figlia: all’ottavo giorno di guerra io e mio marito ci siamo convinti che non poteva più restare, tremava».
LA GUERRA
Il suo racconto dei primi otto giorni di guerra è anche quello dell’avanzata dei russi nella città. Ma è pure quello della maturazione della scelta di partire. Spiega: «Alle 5 del mattino del 24 febbraio qualcosa mi ha svegliata all’improvviso. Sono andata in cucina, ho preso un bicchiere d’acqua. Mentre bevevo ho sentito un’esplosione, mi è caduto il bicchiere. Poi altre quattro o cinque. Mi sono affacciata dalla finestra che guarda sul confine russo: i vetri tremavano, mentre il cielo si illuminava per le bombe. Così è cominciata la guerra, che assolutamente non ci aspettavamo». Quindi è partito il tam tam telefonico con amici e familiari: «La nostra casa si trova nella zona nord di Kharkhiv, la più vicina alla Russia. Abbiamo quindi raccolto le prime cose e siamo scappati dall’altra parte della città, a casa di amici che hanno un seminterrato. Lì abbiamo vissuto in dieci persone, con tre bambini. La situazione peggiorava di giorno in giorno».
Continua: «Il terzo giorno scarseggiavano cibo e acqua, mentre le esplosioni le sentivamo costantemente ma lontane. Ci aiutavamo fra noi, scambiando beni con persone nascoste in altri bunker. Al suono della sirena correvamo a rintanarci. Mio marito, che era commerciante, forniva i beni alle persone. Il quinto giorno le esplosioni si sono fatte più vicine, ma non sapevamo da dove provenissero. Non sapevamo che fare, eravamo spaventati, i bambini sotto choc. Anche chi non è credente, ha iniziato a pregare. Il sesto giorno le esplosioni sono arrivate sopra alle nostre teste, insieme ai mezzi corazzati russi e i colpi di artiglieria. Abbiamo resistito fino all’ottavo giorno, quando io e mio marito abbiamo preso la decisione difficile di separarci. Siamo prima tornati nel nostro quartiere dall’altra parte della città. Per strada macerie e detriti, buche scavate dalle bombe e anche missili non esplosi. E poi palazzi sventrati, come quello di nostri amici. E l’asilo di mia figlia, completamente distrutto. Abbiamo fatto le valigie, siamo andati in stazione e ci siamo salutati. Gli uomini non possono e non vogliono lasciare il Paese in questo momento».
LA FUGA
«Io e mia figlia siamo state fortunate, siamo riuscite a prendere il treno per Leopoli e poi verso la Polonia», continua raccontando la fuga, «il viaggio è stato di 18 ore, tanto era il traffico sui binari. Io sono stata sempre in piedi, appoggiata a un tavolino. C’era anche chi portava gatti e cani. In ogni vagone c’erano 50 posti ma eravamo in 200: la gente dormiva anche nei bagni. Il treno era stracolmo e tutti piangevano. I singhiozzi sono stati interrotti solo da un bambino che ha cominciato a intonare una canzoncina sull’Ucraina imparata all’asilo. È stato un viaggio pesante, ma volontari e gente comune ucraina prima, e polacca poi al nostro arrivo, ci hanno donato cibo caldo, dolci e giochi per i bambini, anche passandoceli attraverso le finestre del treno». Poi ancora: «Anche in Polonia siamo state fortunate rispetto a molti connazionali: abbiamo trovato il modo di raggiungere Varsavia, lì ci siamo potuti permettere un albergo e anche il biglietto aereo per Ancona. La maggior parte delle persone che fuggono non può farlo».
IN ITALIA
«Non sapevamo dove fuggire, un’amica in Italia ha risposto al mio appello», continua, raccontando le difficoltà di avere un contatto con le istituzioni: «All’inizio non sapevamo a chi rivolgerci per ottenere i documenti. Ieri abbiamo risolto contattando gli uffici del Comune di Alba Adriatica. Sto cercando di imparare l’italiano, per fortuna conosco l’inglese. Dobbiamo anche completare la vaccinazione anti-Covid: a me manca la dose booster».
Poi sulla piccola Alina: «Mia figlia vuole andare a scuola: ha bisogno di un’apparenza di normalità e di tornare a socializzare con i bimbi della sua età».

