In piazza i docenti condannati all’esilio

Federica, mamma di tre bimbi, costretta a trasferirsi a Vicenza. E Wilma dovrà insegnare nel Polesine: ecco le loro storie
PESCARA . Federica Petti è la mamma single di tre bambini. Anche quest’anno resterà col fiato sospeso fino ad agosto inoltrato per sapere se dovrà partire per la scuola di Vicenza alla quale è stata destinata. Wilma Recchia, invece, è finita in Alto Polesine, in un istituto dove le hanno fatto capire a chiare lettere che per lei non c’è posto, nonostante l’assegnazione ufficiale. Giusy Patriarca è stata mandata prima a Venezia, poi a Bassano del Grappa, e a seguire a Mirandola e, infine Cervia. Simona Buta, madre di due ragazzi adolescenti, separata, ha la cattedra a Finale Emilia, al confine con il Veneto. Solo per pagarsi l’affitto spende 700 euro al mese.
STORIE DI VITA SOSPESA. Sono solo alcune delle storie di vita sospesa degli insegnanti finiti nel girone della legge 107, quella denominata della “Buona scuola”, che di buono, finora, ha riservato ben poco ai circa 500 docenti abruzzesi trasferiti al Nord che ieri hanno manifestato davanti alla prefettura di Pescara. Al termine sono stati ricevuti dal prefetto, Gerardina Basilicata, alla quale hanno chiesto di farsi portavoce «con il Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti delle istanze degli insegnanti abruzzesi che sono emigrati lontano, cresciuti nel numero in modo repentino nel 2015 con l’entrata in vigore della legge 107 che ha stabilito un piano di assunzioni su base nazionale con conseguente mobilità obbligatoria sempre su territorio nazionale». E in quattro anni la situazione è notevolmente peggiorata.
NASTRINI LIBERI. «Siamo qui per portare all’attenzione di tutti il problema dei docenti esiliati», dice Francesca Carusi, portavoce dei Nastrini Liberi. «Dopo tre anni la situazione è sempre più grave, con le spese che gravano sulle famiglie. In aggiunta, siamo contrari ai progetti di regionalizzazione perché non vogliamo che la scuola in Italia venga divisa, e che il Sud paghi ulteriormente dazio».
IL SUD CONTA. Le manifestazioni sostenute da “Sud Conta”, la piattaforma delle associazioni meridionali sorta per contrastare e contestare i progetti di Autonomia differenziata, si sono svolte in contemporanea a Catania e Napoli. a promuoverle il coordinamento dei Nastrini Liberi e Uniti.
LE RICHIESTE. Gli insegnanti chiedono di poter incontrare il ministro affinché venga presa in considerazione l’idea di un piano di mobilità straordinario, anche a seguito dei pensionamenti di quota 100, che consenta «un rientro massiccio dei docenti emigrati».
DI ANNO IN ANNO. «Io», racconta Federica «sono tra quelle fortunate, in quanto ogni anno ho ottenuto l’assegnazione provvisoria, ma solo perché sono un’insegnante di sostegno abilitata». Ogni anno Federica, di questi tempi, si chiede se avrà ancora un’assegnazione provvisoria che le consentirà di rimanere in Abruzzo, accanto ai suoi bambini, oppure se a settembre dovrà rifare le valigie. «La risposta l’ho avuta una volta il 28 agosto, un’altra il 31 agosto. Il primo anno il 23 settembre. Quello che mi fa rabbia è che comunque ci sono tanti posti a Pescara che non vengono stabilizzati» .
NELL’ALTO POLESINE. Wilma è un’insegnante di sostegno che ha sempre lavorato in provincia di Pescara. «Con la 107», racconta, «all’inizio sono stata immessa in ruolo a Pescara. Invece a un certo punto, nel 2015 sono stata sbattuta in mobilità nazionale. A me è toccato l'Alto Polesine, sul Po, una zona depressa in provincia di Rovigo in un paese che si chiama Castelmassa. Non sono stata ben accolta, ma non perché provenissi dal Sud, ma perché questa mobilità non è vista bene da scuole nord che non sapevano che cosa farsene della mia professionalità e della mia competenza».
Giusi, invece, a Pescara lascia una madre anziana e bisognosa di cure. Il primo mese a Mirandola ha speso 900 per pagare l’albergo, visto che a causa del terremoto non c’erano case disponibili. E a Cervia, nota località turistica, gli affitti non sono da meno. «Praticamente il mio stipendio lo lascio lì. Quest’anno non ho neanche disfatto le valigie».
UN LIMBO INSOSTENIBILE. Anche Simona spende più della metà del suo stipendio per pagare l’alloggio a Finale Ligure. «Questa situazione», dice, «è insostenibile. Io non riesco né ad andare lì e lavorare perché non riporto niente a casa, né a stare qui perché rimarrei senza lavoro. Sono in un limbo insostenibile».

