In tribunale esplode la rabbia: «Vergogna, non c’è giustizia»

L’aula 1 diventa una bolgia, protestano i parenti delle vittime: «I colpevoli? Sono i nostri figli»
PESCARA. La rabbia, trattenuta per tutta la durata della lettura della sentenza sul disastro di Rigopiano, esplode non appena il giudice Gianluca Sarandrea finisce di parlare e poggia i fogli: «Vergogna». E poi: «Ingiustizia è fatta», «assassini», «venduti». A un pugno di metri dalla scritta “La legge è uguale per tutti” urla Alessio Feniello, il papà di Stefano, morto a 28 anni: «L’Italia è un paese finito», dice circondato dalle forze dell’ordine, «questo processo doveva ridare fiducia agli italiani e invece dobbiamo prendere coscienza che la giustizia qui non esiste». Grida anche il sopravvissuto Giampaolo Matrone che, sotto le macerie, ha lasciato la moglie Valentina di 32 anni: «Stasera quando ti metti a letto, devi ricordarti tutto questo. Tutto questo l’hai creato tu: giudice, non è finita». Nell’aula 1 del Tribunale, stipata di parenti delle vittime, avvocati e giornalisti, è il caos.
LA RABBIA Dopo sei anni di lacrime, volevano giustizia i familiari delle vittime del 18 gennaio 2017 quando una valanga seminò morte e distruzione e, invece, alle 16.47 di ieri, la sentenza si apre con una catena di assoluzioni: alla fine sono 25 le assoluzioni e 5 le condanne. «Questa sentenza dice che sono io il condannato», è lo sfogo di Mario Tinari che sotto il resort crollato ha perso una figlia, Jessica di 22 anni, «la colpa è mia che l’ho lasciata andare lì. In Italia funziona così: paga sempre chi è onesto e rispetta le regole. Mi aspettavo un’altra sentenza, invece, gli unici colpevoli alla fine sono i nostri ragazzi che sono andati a Rigopiano. Volevo credere nella giustizia ma è arrivata un’altra conferma che delle istituzioni non ci si può fidare. Jessica? Oggi mi direbbe: papà stai calmo, pensa alla tua salute tanto ormai io sto bene qui. Ora devo fare questo: salvaguardare la mia vita per portare avanti una battaglia in nome di mia figlia. Pretendiamo rispetto».
LA TELEFONATA Anche Francesco D’Angelo, fratello di Gabriele, il cameriere dell’hotel che invano chiese aiuto con una telefonata di 4 minuti, mastica rabbia: «Quattro minuti di chiamata, chi ha chiamato mio fratello?». Alle 11.38, dopo le prime scosse di terremoto e cinque ore prima della valanga, Gabriele chiamò il Centro coordinamento soccorsi della prefettura per chiedere di liberare la strada e andare via dall’hotel.
«MA È UNO SCHERZO?» Emanuele Bonifazi era il receptionist dell’albergo e aveva 31 anni: «Non si può assolvere tutti e dire che la valanga è stata uno scherzo perché», dice il padre Egidio, «quella valanga ha ucciso mio figlio e tutti gli altri. Non capisco il motivo di queste assoluzioni: se mio figlio è morto, allora chi l’ha ucciso?». Una domanda senza risposta. Piange la mamma di Emanuele: «In tribunale l’hanno ucciso per la seconda volta», dice la signora Paola.
«UCCISI ANCORA» «Non è una sentenza che rispecchia il popolo italiano. I nostri parenti sono stati uccisi un’altra volta», ripete Annamaria, la sorella della parrucchiera Silvana Angelucci, morta insieme al marito Luciano Caporale.
La mamma di Ilaria Di Biase, 22 anni di Archi, non si dà pace: «La scritta “La legge è uguale per tutti” da questo momento in può anche si può togliere: anzi, ci manca un “non”. Una giustizia così non è amministrata nel nome del popolo italiano», dice Mariangela, «nessuno può essere d’accordo con una sentenza così. Sapevamo che qualcuno sarebbe stato assolto e che le pene potevano essere abbassate ma questo è troppo: ce li hanno uccisi ancora. Mia figlia, 22 anni, a casa non ci tornerà più. Purtroppo». Come Ilaria, anche Cecilia Martella lavorava al resort: «Oggi è venuto a mancare il rispetto che, per me, è sinonimo di giustizia e le 29 vittime sono state calpestate», dice il papà Marcello, «gli avvocati ci dicono di sperare: andremo all’Aquila». «Abbiamo lottato per difendere i diritti dei nostri figli che sono stati sequestrati e abbandonati», dice la mamma Angela, «la strada doveva essere pulita h24 e, invece, la turbina era rotta da due settimane e nessuno ha pensato di chiamarne un’altra. La Provincia non ha chiamato l’Anas per avere aiuto. Pensare che ad Atri, dove noi viviamo, appena 400 metri sul livello del mare, la turbina c’era ma lì no, a oltre 1.200 metri, e ora sono tutti innocenti. La colpa di chi è? Di mia figlia che stava lavorando e ha perso la vita per 500 euro al mese».
CUORE TRA LE BRACCIA Loredana è la mamma di Domenico Di Michelangelo, il poliziotto morto insieme alla moglie Marina Serraiocco mentre il figlio Samuel si è salvato: «Li hanno fatti salire in albergo e poi li hanno abbandonati. Lui ha provato ad andarsene via a piedi ma è tornato indietro perché era sommerso dalla neve». Anche Alessandro, il fratello di Domenico Di Michelangelo, è un poliziotto e commenta così la sentenza: «Va accettata anche se, da familiare, è difficile dirlo. Ma ci sarà sicuramente un appello: ho parlato già con i nostri avvocati e con il procuratore e i due pm che erano sconfortati e provati perché, in questi sei anni, hanno fatto il loro lavoro con il cuore, prima da uomini e donne e poi da magistrati. Questa sentenza ci ha rigettato nello sconforto proprio nel momento in cui pensavamo di essere arrivati alla fine di un percorso che non auguriamo a nessuno perché nasconde tanti dolori e drammi: la valanga ci ha portato via i nostri familiari ma ha distrutto anche noi che siamo rimasti in vita. Andiamo avanti». Clotilde, un ciondolo con l’immagine della figlia Marina appeso al collo, si commuove mentre stringe tra le braccia un palloncino rosso a forma di cuore: «Oggi Marina sarebbe arrabbiata, i nostri morti li hanno uccisi per la seconda volta ma noi non ci fermeremo».
«COMBATTEREMO» «Credo», dice Antonella Pastorelli, madre di Alessandro Riccetti, 33enne, anche lui dipendente dell’hotel, «che l’opinione pubblica debba farsi sentire di fronte a una sentenza del genere. Ringrazio la Procura e gli avvocati: siamo stati uniti in questi sei anni di battaglie. Spero solo che non sia questo l’esito finale e che l’appello possa restituire la giustizia che finora non c’è stata. Combatteremo ancora e spero che il sostegno non venga meno».

