In un anno eseguiti 5 parti in anonimato

23 Maggio 2023

Anche l’ospedale offre alle donne la possibilità di dare alla luce un figlio ma senza riconoscerlo

PESCARA. La garanzia di non sentirsi abbandonate in un momento delicato come quello del parto. Di essere assistite da medici e ostetriche e vivere quell’esperienza nella tutela della propria salute e del piccolo che si mette al mondo. Ma al tempo stesso, sentirsi libere di affidare, per tanti difficili motivi, quella nuova vita a qualcuno che potrà occuparsene al meglio e di assicurare al piccolo un futuro migliore. Con il parto in anonimato, una donna può scegliere di partorire in ospedale in maniera gratuita, senza poi riconoscere il proprio bambino. La possibilità, contenuta nel decreto del Presidente della Repubblica del 2000, viene garantita anche dall’ospedale di Pescara, dove solo negli ultimi 12 mesi si sono verificati 5 parti secondo questa modalità, dei quali uno dall’inizio del 2023.
A ricorrere a questa opzione, che in qualche modo precede la culla per la vita, ossia la culla termica che accoglie neonati abbandonati, tornata alla ribalta da quando a Pasqua una mamma ha deciso di lasciare il piccolo Enea, nel policlinico di Milano, sono state donne italiane (solo una di origine nordafricana) che si sono fatte seguire dal nosocomio pescarese al momento del parto, ma in alcuni casi anche durante la gestazione. «Negli ultimi mesi abbiamo sentito molte notizie di mamme che hanno abbandonato i propri figli in strada o nella culla per la vita», commenta Maurizio Rosati, primario del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Pescara, «tutti casi in cui la sicurezza di madre e bambino non sono assicurati. Ogni donna che non riesca ad affrontare la maternità ha il diritto a non riconoscere il proprio figlio e ad affidarlo, attraverso il parto in anonimato, alle cure del personale ospedaliero. Purtroppo, però, in pochi sono a conoscenza di questa possibilità di tutela di se stesse e del nascituro. Il dramma sociale che si vive in Italia è evidente», continua, «ma la culla per la vita deve essere considerata come un’ultima spiaggia perché è potenzialmente pericolosa. Bisogna invece prevenire e non consentire che una donna in gravidanza si senta abbandonata».
La legge stabilisce che in caso di parto in anonimato il nome della madre debba restare segreto. La dichiarazione di nascita viene compilata dal medico o dall’ostetrica che ha seguito il parto e nell’atto di nascita viene riportata la dicitura “Nato da donna che non consente di essere nominata”. A quel punto il caso viene segnalato alla Procura che tramite il tribunale dei minori avvia per il neonato il percorso di adozione. «Una volta cresciuto il bambino lasciato nella culla per la vita non potrà mai rintracciare la propria madre biologica», prosegue Rosati, che con 33 anni di attività, ha alle spalle 12mila interventi eseguiti come primo operatore, «mentre nel parto in anonimato se c’è il consenso della madre allora questo può avvenire. È una opzione importante perché consente alla donna di accedere al percorso nascita che l’ospedale di Pescara garantisce dal 2014, quando venne deliberato dall’allora direttore generale D’Amario e con il coordinamento del direttore sanitario Romandini, e che permette a qualunque donna in gravidanza di essere accolta nei consultori Asl e di vivere tutta la gestazione seguita negli ambulatori specialistici, gratuitamente».