Incarico d’oro revocato «I politici paghino i danni»

Il direttore generale assunto nel 2000, ma cacciato ancora prima di iniziare a lavorare La procura della Corte dei Conti chiede oltre un milione a De Dominicis e a 5 ex assessori
PESCARA. «La nomina di Edoardo Barusso è stata connotata da una estrema superficialità». A distanza di 16 anni da quella «estrema superficialità», la procura regionale della Corte dei conti calcola in un milione e 150 mila euro il risarcimento danni richiesto a 6 politici. La Corte dei Conti dice che la responsabilità del caso del direttore generale della Provincia di Pescara, risarcito di 1,7 milioni di euro senza aver lavorato nemmeno un giorno, pende sull’allora presidente della Provincia, Giuseppe De Dominicis e su 5 assessori che all’epoca votarono sì alla delibera: il vice presidente Marino Roselli, e gli assessori Enrico Di Paolo, Antonio Linari, Rocco Petrucci ed Ezio Di Marcoberardino. “Salvo”, per non aver partecipato a quella seduta di giunta, un altro ex assessore: Enrico Spina. Per l’incarico mancato, dopo la pronuncia della Corte di Cassazione, Barusso è stato risarcito con 1,7 milioni di euro: soldi sborsati da tutti i pescaresi, mentre, dice la Corte dei Conti, la responsabilità è di pochi. Barusso fu nominato il 27 aprile 2000, firmò il contratto il successivo 20 maggio salvo poi un clamoroso dietrofront della Provincia con la revoca dell’assunzione «a seguito di contestazioni politiche».
Secondo la Corte dei Conti, De Dominicis deve risarcire la Provincia di 250 mila euro, mentre per gli altri la somma è di 180 mila euro a testa. Per il vice procuratore Massimo Perin, De Dominicis e gli altri avrebbero concorso «nella produzione del pregiudizio finanziario indiretto alla Provincia perché votarono favorevolmente gli atti illegittimi di nomina e di revoca di Barusso come direttore generale».
Il 27 aprile del 2000, Barusso fu individuato come «un direttore generale dotato di idonea professionalità». Il contratto da 300 milioni di vecchie lire fu firmato meno di un mese dopo, ma tra la firma e l’inizio dell’attività in programma il successo 1° giugno, la politica cambiò idea in seguito alle polemiche che, recita la sentenza della Cassazione, riguardarono l’«entità dei compensi» e i rilievi dei revisori dei conti «circa fatture di spese alberghiere rimborsate a Barusso» durante un precedente incarico a Trieste. Non ci sono giustificazioni, sostiene adesso la magistratura contabile: «La valutazione preventiva della persona cui affidare l’incarico doveva essere svolta con prudenza, ragionevolezza e attenzione per gli obblighi contrattuali». E poi, dice l’accusa, la nomina fu adottata «in assenza di qualsiasi forma di selezione e di una qualsiasi verifica sull’assenza di elementi inficianti i requisiti richiesti dall’incarico lautamente retribuito». E ancora: la nomina risultò «priva di qualsiasi atto istruttorio e senza pareri di regolarità tecnica e amministrativa».
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