Inchiesta sul rogo in Pineta Gli ambientalisti alla Procura «Responsabile anche Masci»

Le associazioni Italia Nostra, Conalpa e G.u.f.i. si oppongono all’archiviazione E nelle cinque pagine di opposizione elencano le presunte omissioni del sindaco
PESCARA. Resta sospesa la richiesta di archiviazione avanzata dalla procura di Pescara per il sindaco Carlo Masci, indagato per incendio boschivo nell’ambito dell’inchiesta sulle cause delle fiamme che il primo agosto del 2021 mandarono a fuoco gran parte della riserva dannunziana. È arrivata infatti l’opposizione all’archiviazione da parte delle associazioni Italia Nostra, Conalpa e G.U.F.I.
Nelle cinque pagine di opposizione, gli avvocati Enrico De Pascale e Luca Presutti concludono in maniera categorica chiedendo al giudice di riaprire le indagini sull’incendio: «Alla luce di queste ulteriori indagini (facendo riferimento ai punti che secondo i ricorrenti dovrebbero essere approfonditi ndr) emergerebbe un quadro probatorio inequivocabile dell’accaduto, che già al momento, comunque, è sufficientemente indicativo della penale responsabilità del sindaco di Pescara».
Va detto che la procura, nel chiedere l’archiviazione per incendio boschivo a carico di Masci (unico reato contestato), ha evidenziato, anche duramente, le omissioni del primo cittadino, ma ha anche valutato l’esito della perizia degli esperti che, proprio in relazione a quanto avrebbe dovuto fare il sindaco, affermano che «l’incendio si sarebbe verificato anche qualora fossero state adottate le misure di prevenzione previste dal programma Aib (antincendio boschivo ndr)». Ma le associazioni che si sono opposte pongono all’attenzione del giudice una serie di supposte mancanze dell’inchiesta: «Non è stata svolta alcuna attività di indagine volta a indagare la frequenza degli incendi nella zona colpita; l'assenza di specifica ordinanza nell’ambito della prevenzione incendi boschivi, come previsto dalla norma; l’obbligo di realizzazione della fascia tagliafuoco». E qui puntano il dito sul canneto presente sul tracciato ferroviario dal quale sarebbe partito l’incendio: se fosse stato tagliato o ridotto, «sarebbe stato rimosso il combustibile che serve affinché un incendio rimanga vivo, e quindi tutto questo avrebbe impedito la propagazione dell'incendio stesso».
Nell’opposizione si evidenzia anche che la procura non avrebbe acquisito i video delle fasi iniziali dell’incendio; non ha sentito a sommarie informazioni i due vigili del fuoco giunti per primi sul posto, i quali avrebbero potuto spiegare il motivo per cui non avrebbero potuto avvicinarsi alle fiamme iniziali dell’incendio, visto che non è possibile che dei semplici rovi possano ostacolare l’intervento di operatori antincendio formati e attrezzati». E nel chiedere la riapertura delle indagini a carico del sindaco Masci, le associazioni elencano una serie di documenti che andrebbero acquisiti, così come le testimonianze di persone che assistettero alla fase iniziale dell’incendio.
L’inchiesta, va ricordato, deve ancora compiere la sua fase finale con la richiesta di rinvio a giudizio che dovrebbe interessare gli altri tre indagati individuati dalla procura proprio sulla scorta della consulenza esaminata peraltro nel corso di un incidente probatorio voluto dalla stessa procura. Gli esperti avrebbero accertato che l’unica «condotta che avrebbe potuto evitare o quantomeno limitare l’evento, sarebbe stata la pulizia dei terreni limitrofi alle rotaie, attività che però era di esclusiva competenza di Rfi». Per cui a rischiare il processo sono Nicola Aquilani, responsabile della direzione infrastrutture di Ancona di Rfi; Pietro Ferrone, titolare della ditta che aveva l’appalto per la manutenzione del tracciato ferroviario da dove partì l'incendio; Fabio Canonico, direttore dei lavori. Ora si attende la fissazione dell'udienza davanti al giudice per discutere dell’opposizione all’archiviazione della posizione del sindaco Masci, difeso dall’avvocato Augusto La Morgia.

