Inchiesta sulle scogliere, sette indagati

25 Ottobre 2018

La Procura chiude l’indagine su due appalti per oltre 7 milioni di euro: con i vertici dell’impresa Nicolaj entrano altre due ditte

PESCARA. La procura della Repubblica di Pescara chiude l’inchiesta sulla presunta truffa contestata ai vertici dell’impresa Nicolaj che si aggiudicò, dalla Regione Abruzzo, due grossi appalti per oltre 7 milioni di euro per il rifacimento delle scogliere del litorale di Roseto e Silvi: fatti che partono dal 2014. Il procuratore aggiunto Anna Rita Mantini ha inviato l’avviso di conclusione delle indagini a sette indagati, due in più di quelli originariamente iscritti, ai quali si aggiunge anche la società Nicolaj srl, quale persona giuridica. I due nuovi indagati sono gli amministratori di fatto della Fusu Argintina di Apricena (Foggia), Michele Leonardo Stoico, e quello della Gemac srl di Teramo, Ettore Curti: le ditte che fornirono il materiale lapideo alla Nicolaj.
Secondo l’accusa avrebbero concorso con il gruppo Nicolaj nei reati di frode nelle pubbliche forniture e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. I due si aggiungono al capostipite dei Nicolaj, Luca, e a suo figlio Galileo. Insieme a loro rischiano il processo anche Antonello Mancini, direttore tecnico dell’impresa, Fernando Fusilli, amministratore e rappresentante legale della stessa società, e Cristiano Ferrante, direttore dei lavori.
Una inchiesta originariamente aperta dalla procura aquilana e passata poi per competenza a quella di Pescara (i soldi vennero accreditati in una banca di Pescara), che qualche tempo fa chiese ed ottenne dal gip l’applicazione di una misura cautelare interdittiva e il sequestro di beni per 900mila euro per il gruppo Nicolaj. La vicenda è stata quindi approfondita anche dal gip Nicola Colantonio che scrisse, tratteggiando gli indagati (parliamo dei primi cinque iscritti nel registro), che «sono soggetti avvezzi alla programmazione ed esecuzione di condotte di reato, atteso che avevano la capacità di ottenere appalti pubblici al solo fine di agire reiteratamente in maniera illecita per ottenere ingiusti e rilevanti profitti patrimoniali in danno dell'erario».
L’accusa parla di «reiterate condotte fraudolente dirette a raggiungere profitti ingiusti facendo risultare che l’ente appaltatore aveva fornito quantitativi di materiale lapideo di molto superiori rispetto a quelli effettivamente conferiti per la realizzazione delle opere». Ma si parla anche di scontrini di pesata dei materiali tutti falsi (reato contestato ai Nicolaj, Mancini e Fusilli) «consentendo così alla ditta appaltatrice di recuperare sui costi di fornitura del materiale, i mancati guadagni derivanti dal maggior ribasso offerto per assicurarsi l’appalto rispetto alle ditte concorrenti».
La procura spiega il meccanismo utilizzato dagli indagati per intascare più soldi di quelli che spettavano all’impresa. E cioè facendo confluire nei documenti contabili di rendicontazione della Regione, relativi ai singoli stati di avanzamento dei lavori, un maggior utilizzo di materiale per far salire i costi «fittizi», come li ritiene la procura. E la liquidazione di quegli stati di avanzamento irregolari, avrebbero consentito alla Nicolaj di «ottenere un ingiusto profitto patrimoniale pari a euro 901 mila»: somma identica a quella posta sotto sequestro per equivalente a carico di Luca e Galileo Nicolaj, Fusilli, Mancini e Ferrante da parte del gip che dispose anche per i primi tre l’interdizione a contrattare con la pubblica amministrazione per un anno. Nella misura cautelare, che ripercorre quelle che sono le contestazioni della procura, il gip evidenziò anche il fatto che gli indagati «riuscivano ad ottenere una variante per il completamento delle opere, rappresentando uno stato dei fatti inesistente al fine di giustificare la necessità di un maggior quantitativo di materiale lapideo rispetto a quello predeterminato nel progetto esecutivo». C’è poi anche un altro passaggio significativo dell’inchiesta, sottolineata nella misura cautelare: e cioè che quando i Nicolaj si rendono conto che potrebbe arrivare la revoca dell’appalto da parte della Regione, cercano di avvicinare i personaggi della politica e dirigenti regionali, utilizzando «intermediari di lusso», ma senza riuscirvi. I destinatari delle misure davanti al gip si avvalsero della facoltà di non rispondere, mentre è ancora da discutere il ricorso sulla revoca delle misure e dei sequestri di beni. Ora tutti gli indagati avranno 20 giorni di tempo per presentare eventuali memorie difensive, chiedere l'interrogatorio o ulteriori riscontri investigativi. Poi partirà l’eventuale richiesta di processo.
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