Incompiuto da vent’anni sarà demolito e ricostruito

Il Comune sblocca i permessi per far riaprire il cantiere sulla riviera nord Il proprietario deve realizzare un nuovo edificio con un piano in meno
PESCARA. Un palazzo di 6 piani, compreso piano terra e sottotetto, con 12 appartamenti. Ecco cosa sorgerà sulla riviera nord, al posto di quel rudere che da quasi vent’anni svetta tra gli edifici di lusso della riviera nord. Lo scheletro in cemento armato dovrebbe essere abbattuto e poi ricostruito con un piano in meno.
È questa la condizione imposta dal Comune ad Enzo Tintorelli, il titolare della società Immobiliare Michelangelo che ha realizzato l’incompiuta. Ma l’imprenditore non ha ancora accettato ufficialmente, anche se ieri, contattato dal Centro, si è detto propenso a chiudere la vicenda facendo partire al più presto l’intervento, «forse già prima della prossima estate».
E anche l’amministrazione comunale ha fretta. Bisogna ricordare, in proposito, che l’ente sta pagando un risarcimento salato alle famiglie confinanti che, nel 2013, si sono visti riconoscere dal Consiglio di Stato un indennizzo di 119mila euro, per il passato e 11mila euro l’anno, per non aver proceduto nei tempi previsti a far rispettare l’ordinanza di demolizione, negando in questo modo ai residenti di godere della visuale del mare. In pratica, facendo la somma di tutti gli anni, questo rudere sarebbe costato ai cittadini circa 170mila euro.
L’intera vicenda è stata ripercorsa ieri dalla commissione Gestione del territorio, presieduta da Ivano Martelli, consigliere della Sinistra italiana e candidato per Liberi e uguali alle prossime elezioni politiche di marzo. «L’imprenditore ha tempo un anno per procedere alla demolizione e alla ricostruzione», ha spiegato Martelli, «ma noi chiederemo che venga inserita nella convenzione da firmare una clausola per accorciare i tempi previsti».
Tra l’altro, la società immobiliare utilizzerà anche il bonus del 20 per cento di cubatura in più concesso da una norma del Decreto sviluppo approvato dal governo nazionale. Questo consentirà di costruire un edificio più grande con misure antisismiche non previste inizialmente, anche se l’altezza non potrà essere superiore a quella dei palazzi confinanti, che contano non più di sei piani.
Il progetto originario, invece, prevedeva sette piani e lo scheletro venne realizzato proprio con questa altezza. Ma l’opera, partita nel 1999, fu subito bloccata da una serie di ricorsi al Tar presentati dai confinanti. Per questo motivo, vennero annullate ben tre concessioni edilizie, rilasciate rispettivamente nel 1999, 2001 e 2002. Da allora cominciò una lunga serie di battaglie legali tra società e residenti sfociate in una sentenza del Consiglio di Stato che impose al Comune di emanare un’ordinanza per la demolizione dello scheletro di edificio. Ordinanza annullata e ripresentata successivamente dal Comune, cui non venne mai dato seguito. Fino all’ottobre del 2015, quando i giudici del Tar accolsero in parte il ricorso presentato dall’Immobiliare Michelangelo, sottolineando che l’ordinanza di demolizione non aveva «più ragione d’essere e quindi automaticamente caducata, vista la presentazione di una nuova domanda di regolarizzazione» da parte della società.
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