INDIVIDUARE I LADRI DI FIDUCIA

30 Agosto 2016

di LUIGI VICINANZA Il desiderio di giustizia cresce, mentre al dolore muto si aggiunge una rabbia incontenibile. Se il vescovo di Ascoli Piceno, Giovanni D’Ercole, ha domandato al Dio dei cristiani...

di LUIGI VICINANZA

Il desiderio di giustizia cresce, mentre al dolore muto si aggiunge una rabbia incontenibile. Se il vescovo di Ascoli Piceno, Giovanni D’Ercole, ha domandato al Dio dei cristiani che cosa fare, come egli stesso ha confidato con umana sincerità sabato scorso durante i funerali delle vittime della sua diocesi, i sopravvissuti al terremoto che ha devastato l’Italia centrale si domandano se otterranno mai giustizia. Quella terrena. Forse la più difficile da conseguire. La conta dei morti è giunta a un numero ancora provvisorio, 292, il bilancio dei danni è in corso d’opera, ma la sensazione di essere stati derubati della fiducia riunisce tutte le comunità ferite dal sisma.

Sono collassati infatti i simboli pubblici di un’identità orgogliosamente coltivata sugli ingrati crinali appenninici: il campanile, la scuola, l’ospedale, il municipio, la chiesa, la caserma dei carabinieri. Tutto ciò che avrebbe dovuto garantire sicurezza si è rivelato maledettamente insicuro. Anzi, pericoloso. Il terremoto non fa distinzioni, colpisce alla cieca. La differenza è nell’azione umana; le cronache di questi giorni ci raccontano che hanno resistito gli edifici a norma o comunque tirati su - quelli più antichi - sapendo di convivere con una terra ballerina. Sono state già aperte le prime inchieste giudiziarie, delle procure di Rieti e di Ascoli Piceno. Il percorso tuttavia verso l’accertamento delle responsabilità penali individuali sarà lungo e accidentato. Non meno lungo e accidentato delle farraginose procedure - tra autorizzazioni, ostacoli burocratici, timbri e prescrizioni - che intralciano e rendono opaca la realizzazione di un’opera utile. Così si rischia, nel rimpallo delle competenze, di non individuare mai con certezza i ladri di fiducia, per non definirli con parole più pesanti.

Simbolo del massimo tradimento è la scuola di Amatrice, con il suo appalto milionario. È venuta giù quattordici anni dopo la scuola elementare di San Giuliano di Puglia, in Molise, 27 bambini uccisi, ottobre 2002. E sette anni dopo la casa dello studente dell’Aquila, otto giovani universitari uccisi, aprile 2009. La giustizia si è pronunciata in via definitiva, proprio nel maggio scorso, per L’Aquila: la Corte di cassazione ha confermato le condanne per i quattro imputati colpevoli di aver ristrutturato in malo modo l’edificio studentesco.

La condanna massima (per tre dei quattro responsabili) è stata di quattro anni. Ciascuno di voi, mentre legge queste righe, immagino provi un senso di straniamento nel pesare sulla bilancia della giustizia lo strazio provocato per otto giovani vite troncate e le pene comminate. In altre storie di crolli siamo ancora lontani all’Aquila da una qualche certezza giudiziaria. I tempi della magistratura stridono purtroppo con l’ansia collettiva di veder individuati e puniti protagonisti e comprimari della catena di errori che sta dietro ogni calamità naturale.

I furbetti degli appalti sono in servizio permanente effettivo, sia in tempo di pace che in tempo di guerra. E sì, perché certe catastrofi rimandano - non solo attraverso le immagini - alla guerra, alla guerra dichiarata dall’uomo alla natura, al territorio, alle regole della sostenibilità. Facile guadagno e danno ambientale camminano quasi sempre insieme. Così il cemento degli speculatori si mangia la terra pezzo dopo pezzo e però non regge quando la terra si comporta secondo le sue regole: terremoti, frane, alluvioni.

Ci sarà dunque giustizia per la malanotte del 24 agosto? C’è da augurarsi che le procure inquirenti si concentrino subito sugli edifici pubblici o comunque aperti al pubblico, come alberghi e ristoranti per esempio, per capire chi e come ha sbagliato. C’è un rischio infatti, quello di estendere le indagini su tutta l’area del cratere terremotato. Considerare cioè alla stessa stregua l’anziano abitante del borgo di montagna che non aveva le risorse necessarie per mettere in sicurezza la sua casetta e l’appaltatore che ha scambiato per lucro personale cemento con sabbia. Non meritano i presepi feriti dell’Appennino di trasformarsi in un unico corpo di reato. Se tutti sono colpevoli, nessuno mai sarà colpevole.

@VicinanzaL

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