Infusione dei farmaci oncologici: l’ospedale di Pescara fa scuola

19 Settembre 2019

PESCARA. Mai più buchi nelle vene per somministrare farmaci nei malati terminali, oncologici, ematologici, con patologie degenerative. Mai più necrosi o, peggio, amputazioni degli arti quando questi...

PESCARA. Mai più buchi nelle vene per somministrare farmaci nei malati terminali, oncologici, ematologici, con patologie degenerative. Mai più necrosi o, peggio, amputazioni degli arti quando questi non riuscivano più a tollerare aghi conficcati in tutti i vasi sanguigni. Per mesi, anni.
Oggi, da cinque anni, basta un solo foro. In una sola vena. L’inserimento “ecoguidato” del catetere venoso centrale (denominato Picc) che arriva fino alla vena succlavia, o periferico (Midline), il cui percorso arriva fino al cuore, consente ai pazienti l’accesso ai farmaci, in sicurezza e in maniera indolore e con un ritorno a casa in tempi brevi per proseguire le cure domiciliarmente. Una volta inserito in vena il catetere di ultimissima generazione, il cui tragitto è monitorato da un ecografo supertecnologico, può rimanere attaccato al braccio per anni e il paziente può fare tranquillamente la doccia, o persino il bagno in mare, proteggendo il dispositivo con bendaggi plastificati.
È la straordinaria modalità di infusione dei farmaci che avviene da cinque anni negli ambulatori dell’Hospice e Cure palliative dell’ospedale di Pescara, «l’unico centro abruzzese, di riferimento nazionale, specializzato nell’impianto e nella gestione degli accessi vascolari». Il corposo bilancio dell’attività del Tama, team aziendale multidisciplinare degli accessi vascolari (composto da medici e 9 infermieri adeguatamente formati e preparati da un tutor d’eccezione, il professor Mauro Pittiruti del Gemelli di Roma in collaborazione con la Cattolica, con 84 incontri già effettuati), è stato illustrato ieri mattina, alla direzione generale del presidio ospedaliero di via Paolini, dal manager Armando Mancini,dal direttore sanitario Antonio Caponetti, dal direttore delle unità di integrazione Ospedale e territorio Stefano Boccabella e da Marisa Diodati, dirigente dell’Hospice e Rossana D’Amico, coordinatrice infermieristica del reparto dedicato ai malati terminali e organizzatrice del progetto “Tama” (delibera 468) fortemente voluto da Mancini e dal direttore di presidio Valterio Fortunato. È emerso che sono 4317 i cateteri venosi inseriti ai pazienti in questi anni. Nel dettaglio: 470 impianti nel 2015, il primo anno; 650 nel 2016, 1100 nel 2017, 1213 nel 2018 e già 884 da gennaio ad agosto 2019; 450 sono le medicazioni vascolari mensili; 90 euro, il prezzo dei dispositivi a carico dell'azienda sanitaria.
Manager e medici hanno spiegato che questa tecnica all’avanguardia permette i seguenti vantaggi ai pazienti: «Un accesso stabile e sicuro del dispositivo, in vena e dei farmaci; un precoce inizio del piano terapeutico per i pazienti, la riduzione della degenza ospedaliera e la possibilità delle terapie a domicilio, l’accorciamento dei tempi assistenziali nel reperimento degli accessi venosi nei pazienti critici, adulti e pediatrici; il comfort del paziente con riduzione dello stress per le continue punture in vena, la diminuzione delle complicanze flebitiche e trombotiche». Il 70% delle terapie si fa nell’hospice di via Paolini, il 20 a domicilio e il 10% negli ambulatori ospedalieri.
Il manager Mancini: «La medicina è andata molto avanti e questa nuova modalità di infusione dei farmaci aiuta le persone con procedure di cure indolori e un rapporto qualità della vita e risparmio dei costi per l’azienda». La Diodati e l’infermiera D’Amico, che ha illustrato il progetto con immagini, slide e posizionando un catetere su un manichino, hanno sottolineato che «i pazienti possono tornare a casa in tempi brevi e non rischiano più necrosi e amputazioni degli arti». E ora la Asl deve fare un altro sforzo: «Serve un ambulatorio con personale dedicato». (c.co.)